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Storie di famiglia, narrazioni e ascolti che fanno luce nella vita

Ursula Gruner

Formatrice


Le storie delle famiglie vengono tramandate attraverso la narrazione, lo stile di vita, i rituali, il lessico famigliare (N. Ginzburg) o anche attraverso un oggetto che viene trasmesso di generazione in generazione. Sono i bambini e le bambine che ci fermano, ci pongono delle domande, vogliono saperne di più. Aspettano il racconto degli adulti che loro custodiscono nei cassetti e negli armadi, gli oggetti misteriosi provenienti dalla storia della famiglia. Partendo da questo presupposto, vorrei suggerire due libri particolarmente intensi e importanti per il nostro tempo, che parlano della perdita della casa d’origine e in cui la memoria è la chiave di lettura. Non sono libri per ogni momento, ma libri da tenere pronti nella famosa valigia degli attrezzi.

Il primo titolo è della scrittrice argentina Sandra Siemens, autrice del poetico albo Mio papà dipinge parole (Caissa Italia). In Un cucchiaio pieno di storie, Siemens parla della memoria che è presente nelle famiglie attraverso gli oggetti custodi dei ricordi. In questo caso si tratta di un cucchiaio d’argento passato di generazione in generazione dalla bisnonna fino alla nipote. La bambina, come è nella natura dei piccoli, si pone delle domande sul cucchiaio misterioso che gli adulti non le permettono di toccare. Il cucchiaio è la testimonianza tangibile della storia della nonna che ha perso la sua casa e la sua terra a causa della guerra. Il racconto del libro è breve: la piccola protagonista trova un cucchiaio e vorrebbe usarlo per mangiare la minestra, per scavare una buca e per fare musica, ma la mamma, la nonna e il papà glielo vietano, dicendo: «No!». La bimba chiede: «Perché no?». A questa domanda gli adulti svelano il segreto: «quel cucchiaio lo ha portato la bisnonna dalla guerra. Credo che sia l’unica cosa che ha portato con sé e per questo è così importante». Il cucchiaio custodisce il vissuto della bisnonna e la memoria dell’origine di una parte della famiglia.

Emblematica la pagina con le foto delle tre generazioni precedenti. La bisnonna l’ha regalato alla nonna. E la nonna alla mamma. Ora è la bimba, la quarta donna in questa linea, a cui viene passato il testimone. Ma l’approccio della bambina è diverso, perché lei vuole entrare in contatto con l’oggetto: «Vorrei che mi parlasse per sentire la sua voce e per metterci d’accordo. […] Quando sarò grande io ci giocherò… darò il permesso a mia figlia di usarlo per scavare buche per fare musica e, se lo vorrà, per mangiare la minestra». Una volta scoperta l’origine dell’oggetto sembra che la vita sia sbloccata e possa andare avanti verso nuovi orizzonti. Un libro importante che parla della storia familiare, parte integrante della vita di ogni persona, e che solo attraverso la narrazione permette di appropriarsi di quella che è un tassello della grande storia.

Il testo è essenziale, non c’è una parola superflua: tutto è importante e racchiude un universo di pensieri che si possono leggere su più livelli. Gli adulti, che custodiscono il cucchiaio, sono quasi paralizzati dal ricordo, ma la curiosità della bambina risveglia la situazione. La mamma racconta: «Alla bisnonna era stato regalato per il matrimonio, insieme a molti altri cucchiai, ma durante la guerra erano andati tutti persi». Marianne Hirsch ha coniato un termine per definire questo tipo di memoria che si trasmette di generazione in generazione: postmemoria. Di questa memoria sarà portatrice la figlia in futuro. «Un cucchiaio che non si può usare. Però non posso nemmeno dire di non volerlo. Quel cucchiaio ci segue come un cane che vuole un osso». L’“osso” della storia che ci segue, che fa parte della biografia di ognuno. Ogni famiglia custodisce oggetti che sono portatori delle proprie vicende vissute. Questo coraggioso albo ci parla del confronto con la memoria da parte della generation after, che può essere a volte impegnativo, ma che fa sempre parte della memoria individuale e collettiva, alla quale non si può sfuggire, come «un cane che cerca il suo osso». La chiave per dare nuova linfa alla storia familiare è l’elaborazione attraverso la narrazione: non bisogna nascondere il tesoro, ma usarlo, «scavando buche e suonando musica».

Queste parole, così ricche di significato, risuonano nell’illustrazione particolare dell’artista spagnola Bea Lozano. Il significato è trasmesso con chiarezza dalle figure statuarie che, con il loro linguaggio minimalista e lineare, ricordano lo stile Art Déco. Non c’è spazio per il superfluo: l’illustrazione è in sé ricca di significato.

 I bambini e le bambine che incontriamo nei nostri servizi educativi e nelle scuole hanno storie famigliari diverse e ricche. Queste storie possono partire dalla cascina di campagna e arrivare a un appartamento in città, o possono coprire migliaia di chilometri, arrivando da un altro Paese o continente. Questo albo può essere una chiave preziosa per condividere le memorie familiari. Come scrive Irene Greco (2022, p. 139): «Le storie ci dicono che ogni prossimo minuto, ogni domani, arriveranno inesorabilmente con il loro carico di cambiamento, imprevisti, novità, eventi a volte eccezionali. La domanda è siamo pronti a leggerli?».

In questo contesto si inserisce l’albo Non avrò più paura, scritto dal canadese Jean-Frannçois Sènèchal e illustrato da Simone Rea con la sua consueta sensibilità. Tutto ha inizio quando il protagonista non riesce a dormire a causa di un peso sul cuore che lo tiene sveglio. «Mamma… Non riesci a dormire, coniglietto? No. Stavo pensando. A cosa? Alla nostra vita di prima». La postura della mamma riflette un atteggiamento di ascolto attivo e di empatia che invita il figlio ad aprirsi e a confidarsi. Questa relazione di ascolto e sostegno incoraggia il figlio a raccontare. «Ieri è successo una cosa, a scuola. Ne vuoi parlare? Non lo so… Non ti preoccupare. Me lo dirai quando sarai pronto».

 

I discorsi della mamma sono scritti in rosso, così da facilitare la lettura e la comprensione dei dialoghi. Gli sguardi della madre e del figlio si incrociano, si soffermano, sono rivolti l’uno all’altro, pazienti, fiduciosi. Parole di coraggio e tempi d’attesa sono un incoraggiamento per il coniglietto, che si sente fragile e chiede: «E qual è la giusta quantità di coraggio? Quella necessaria ad affrontare le difficoltà». Il testo e le illustrazioni esprimono tutta la paura del coniglietto, causata dall’esperienza vissuta: la guerra e l’esilio, ma anche la determinazione affinché queste cose non si ripetano più. Allo stesso tempo, il piccolo protagonista è consapevole di non potercela fare da solo e di aver bisogno di alleati. Il coniglietto è consapevole che questa lotta inizia nel luogo in cui vive, in questo caso la scuola, dove è testimone del bullismo di cui è vittima un suo compagno.

Un albo che racconta l’esperienza di immigrato e profugo di guerra, che è alla base della sete di giustizia nella vita quotidiana. Come afferma l’antropologa Michèle Petit (2010, p. 103): «La storia permette al bambino di prendere le distanze dalle proprie paure e di percepire una sensazione di continuità e di permanenza». Questo libro è una finestra su una storia più grande e, come afferma la Petit, «è garanzia di continuità e di un futuro migliore da costruire insieme». Un libro pieno di speranza, un libro di fiducia e coraggio civile di cui già i più piccoli sono capaci.

Un cucchiaio pieno di storie e Non avrò più paura sono due libri da cui possiamo partire per fare della narrazione un confronto e una condivisione, per guardare al futuro con la stessa fiducia della mamma del nostro protagonista: «Penso che tu abbia la giusta quantità di coraggio. Quella necessaria ad affrontare le difficoltà».

 


Bibliografia

Petit, M. (2010). Elogio della lettura. Ponte alle Grazie.

Sènèchal, J.-F. (2025). Non avrò più paura (ill. Simone Rea). Giralangolo.

Siemens, S. (2025). Un cucchiaio pieno di storie (ill. Bea Lozano). Caissa Italia.

Greco, I. (2022). Leggere l’inatteso. Cambiamento, distacco, morte e lutto narrati negli albi illustrati. Il leone verde.

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