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Rila – Esempi pratici. Da dove nasce il cambiamento

Beatrice Vitali

Pedagogista

Roger Prott

Pedagogista e formatore


 

Nella prima parte della nostra introduzione al lavorare in modo aperto e a Rila, la rete italiana che promuove questo concetto, abbiamo sottolineato la necessità di comunicare esempi di buone pratiche come la cosa più importante per i partecipanti e le persone interessate.

La condivisione di esperienze nel gruppo e l’apprendimento reciproco sono i vantaggi più validi ed efficaci del lavoro che si svolge nella rete. Non si tratta solo di imparare facendo, ma di riflettere con una sola mente e con molti cervelli.

Il nostro primo esempio si riferisce all’inclusione. È da un circolo di scuole dell’infanzia di Bolzano che nasce l’esigenza di attuare un cambiamento per rendere le scuole realmenteinclusive, poiché l’organizzazione presente non era più adeguata ad accogliere i diversi bisogni educativi, nel rispetto dell’unicità di ciascuno.

Con questa auto-riflessione in mente, cercavano modelli di pratiche efficaci e sono arrivati a Bologna. L’osservazione dei bambini e delle bambine in una giornata di scuola della Fondazione Gualandi sono state particolarmente significative al fine di promuovere ed alimentare un pensiero di cambiamento in alcune scuole della città di Bolzano e della provincia.

L’idea che ne scaturì era semplice, ma non scontata: era necessario diventare promotori di benessere di ciascun bambino e ciascuna bambina.

Roberta Lubiato, direttrice del terzo Circolo Scuole dell’infanzia in lingua italiana, riporta, su un articolo scritto per la Rivista Effeta: “L’idea di partenza è stata quella che i bambini e le bambine con bisogni educativi speciali non potessero più essere accolti in una sezione piuttosto che in un’altra, ma dovessero essere accolti dalla scuola tutta e da tutto il personale pedagogico, in un’ottica di responsabilità inclusiva diffusa. All’interno e all’esterno della scuola si sono ricercati quindi spazi alternativi agli spazi sezione, in modo da aumentare gli spazi di attività e scoperta e facilitare cosi la relazione e il lavoro a piccolo gruppo, costruito in modo attivo dai bambini, dalle bambine e dal personale, nella dimensione del fare, del manipolare, dello sperimentare intorno a materiali vari. Si è dedicata un’attenzione particolare nell’individuare i materiali e le attività preferite dai nostri bambini e dalle nostre bambine con bisogni educativi speciali e da lì si è partiti per declinare l’offerta, iniziando proprio dalle differenze.

Abbiamo pensato di chiamare questi spazi di sperimentazione, scoperta ed apprendimento officine proprio per valorizzare la dimensione del fare. In queste officine i bambini e le bambine incontrano i/le loro insegnanti, uno/a per officina, con compiti diversi: accogliere, ascoltare, osservare, interagire, giocare, co-costruire… Ciascun bambino e ciascuna bambina organizzano la propria giornata scolastica intorno ai propri interessi, ai propri bisogni e ai propri desideri, muovendosi in libertà in un contesto scuola a loro misura, intellegibile a tutti, condiviso in tempi e spazi.

Anche i nostri bambini con bisogni educativi speciali si muovono nella scuola alla ricerca del contesto capace di accoglierli al meglio. Bambini, bambine ed educatori, nel loro vivere in consapevolezza e libertà gli spazi- scuola, tessono una sorta di rete di sostegno a favore di chi si muove più lentamente.

Le famiglie chiedono spiegazioni, accettano di osservare, raccontano di una partecipazione più consapevole dei loro figli alla vita di scuola, cercano di capire il perché del cambiamento. La partecipazione attiva e consapevole dei loro bambini e delle loro bambine pare essere per loro una risposta autentica ed efficace alle loro domande.” (Roberta Lubiato, Una scuola per tutti a partire dai bisogni di ciascuno, in Effeta, n.1-2 2024).

Il secondo esempio è ferrarese. Qui, i punti di partenza derivano dall’ascolto dei bambini: un bambino dice “Io faccio in fretta perché devo andare a giocare”, un altro “Io vado a giocare, tu sei più lento”. Questi dialoghi portano gli adulti a farsi domande. Una tra tutte è: “Se il gioco è un vero e proprio lavoro – l’attività principale di tutti bambini- ci sono, nelle scuole e nei nidi, tempo, spazi, materiali sufficienti per giocare?”

“Io vorrei cercare di evitare che un bambino si senta in difficoltà perché c’è chi finisce prima e chi finisce dopo”, queste sono parole di un’insegnante, così come queste: “Le nostre scuole sono organizzate per fare attività da noi predisposte. I lavori sono strutturati e determinati.” Questa seconda riflessione afferma che la difficoltà è data nell’organizzazione in sé. Ma da questa frase capiamo che l’organizzazione dell’attività, non è solo determinata, ma determina e limita anche il tempo prima e dopo, che è solitamente il tempo per giocare.

Queste e altre riflessioni hanno scaturito alcune domande:

  • Cosa intendiamo per gioco?
  • Quanto tempo di gioco lasciamo ai bambini?
  • I bambini possono scegliere con chi giocare?

 

Con queste e altre domande la Fism di Ferrara, grazie all’idea e alla determinazione del coordinatore Luca Grassi, ha iniziato un progetto “Lasciamoli giocare: il lavoro aperto come opportunità di cambiamento”. È proprio Luca Grassi che specifica : “Una domanda emersa sia nell’impegno svolto con le scuole ma anche all’interno del gruppo nazionale RILA ed è la seguente: Il bambino all’interno dei nostro servizi educativi si dedica al gioco? Noi adulti dobbiamo garantire anche le condizioni per poter far godere il diritto al gioco.

Un adulto consapevole che “interrompe” il gioco lo fa per andare incontro ad un’esigenza propria, non per “servire” i bambini; questo adulto sottovaluta l’importanza di giocare per attivare processi di apprendimento e di sviluppo. Nel gioco, infatti, i bambini si organizzano, regolano i conflitti, realizzano un progetto, rendono reali le cose e collaborano con i compagni.

Per supportare il gioco dei bambini abbiamo reso flessibile un orario a favore delle continuità dell’azione di gioco e abbiamo rivisto una routine che imponeva il fare tutti insieme la stessa cosa nello stesso momento. Abbiamo iniziato a dare libertà decisionale dell’azione di gioco al bambino e si sono così avviati cambiamenti. Il titolo del prossimo progetto è Lasciamogli tempo: i bambini non guardano l’orologio, il lavoro aperto come opportunità di crescita.”

 

Entrambi gli esempi contengono elementi importanti del lavorare in modo aperto. Partono da una situazione difficile e insufficiente, che non è possibile gestire solo con i metodi e l’organizzazione tradizionale; cercano nuove strade e il sostegno dei colleghi; raccolgono un motto guida adatto e un principio di lavoro che è, in questo caso, “promozione del benessere” e “il gioco come lavoro dei bambini”. E poi si dà avvia al cambiamento, senza aspettare un ordine o maggiori risorse, ma avendo sempre in mente “l’unicità di ciascun/a bambino/a”. Questa modalità non può portare agli stessi risultati né alle stesse procedure, ma certamente aiuta a creare servizi educativi di grande professionalità. E i cambiamenti continuano.

Invitiamo, chi è interessato, ad una giornata a Bologna, insieme a Roger Prott e a Beatrice Vitali, per conoscere Rila e il lavorare in modo aperto.

L’incontro sarà il 29 maggio dalle 10 alle 16 presso la Fondazione Gualandi, via Nosadella 51/a.

6 commenti su “Rila – Esempi pratici. Da dove nasce il cambiamento”

  1. Buongiorno,
    In qualità di coordinatore sarei interessata a partecipare.
    Vorrei sapere se vi è una quota da pagare per la partecipazione e come procedere per l’eventuale iscrizione.
    Grazie per l’attenzione
    Cordialmente

    Rispondi
    • La giornata è gratuita.

      L’incontro sarà giovedì 29 alle ore 10 a Bologna in via Nosadella 51/a e terminerà nel pomeriggio verso le 16.

      Sarà una giornata dedicata al lavorare in modo aperto e in particolare sulle azioni e riflessioni portate avanti da R.I.L.A (rete italiana lavoro aperto).

      E’ aperto a chi è interessato ad avviare processi di cambiamento nelle proprie realtà.

      Per iscriversi mandare una mail a: rila@zeroseiup.eu indicando Nome Cognome, ruolo, servizio in cui si lavora.

      Rispondi
  2. Gentilissimi,
    sono un’ educatrice di nido. Potreste inoltrarmi degli esempi di materiale ed allestimenti utilizzati?
    Grazie.
    Buon lavoro,
    Federica Mazzini

    Rispondi

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