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Il racconto di Papavero

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

Dopo il femminicidio di Giulia Cecchetin, più di ottanta scrittrici e giornaliste italiane hanno lanciato Unite. Azione letteraria, una campagna per tenere alta l’attenzione sulla violenza di genere. Dal 3 gennaio al 3 marzo appariranno su giornali e riviste italiani articoli e racconti per definire la violenza e nominarla. Ognuna userà la sua voce e la sua esperienza personale per descrivere un fenomeno complesso e multiforme, perlopiù tollerato dalla società.

Zeroseiup partecipa con uno dei racconti raccolti da Paola Toni nel libro “Riprendo la mia vita”.

Papavero

Si presenta forse un po’ titubante, in contrasto con il suo aspetto, che fa trasparire autorevolezza e grande serietà. È pacata, riflessiva e mentre parla e trasmette i suoi pensieri, pensa, perché vuole essere precisa, accorta, non vuole tralasciare nulla della storia, ma neanche suscitare clamori o turbamenti. Vuole, dal profondo del suo cuore, che la sua testimonianza possa aiutare altre donne.

 

Una doverosa premessa

Bisogna che il testo della mia testimonianza non sia riconoscibile altrimenti rischio la denuncia per diffamazione. Bisogna che la storia sia anonima. Ancora adesso da parte del mio ex marito c’è molta rabbia e pare non abbia fatto nessun passo per farsi aiutare.

Ho concluso da poco gli incontri sul sostegno genitoriale e mi sono stati molto utili. Mia figlia è stata male, è andata di una Psicoterapeuta ma non si è trovata molto bene e ora è seguita da una giovane Psicologa di un Centro che segue e aiuta uomini maltrattanti a gestire la loro rabbia.

Io continuo ad andare dallo Psicologo e ho capito che mio marito non si fa aiutare da lui, come avrebbe dovuto. Infatti, in occasione della festa del papà lo Psicologo ha scritto un bel messaggio, e mi ha chiesto il suo cellulare. Io invece continuo le sedute una volta al mese. Lo faccio soprattutto per i miei figli che anche se cresciuti, non stanno molto bene.

Cerco di essere obiettiva: quando ho ricevuto la telefonata dell’Operatrice del Centro Antiviolenza che mi ha tanto aiutato ad uscire dalla mia terribile situazione e mi ha chiesto se mi sentivo di raccontare la mia storia, mi ha stupito la fatica che ho fatto per pensare cosa avrei detto. Pensavo di avere superato le ansie e le paure e con il passare del tempo, definite e relativizzate nella loro portata generale.

Solo adesso mi sembra di rendermi conto della violenza che ho subito. Ho denunciato tanto tempo fa. Sono passati 12 anni.

Ho continuato a mettermi in discussione per i figli e ho pensato che cosa posso cogliere dal fatto di stare male. Non ho dormito quando mi è stato chiesto di raccontare la mia storia: la mia mente ritornava a quel periodo e rivedevo in modo nitido la mia sofferenza soprattutto quando stavo in casa.

Mentre prima pensavo di non avere più paura, ora mi sono trovata ad avere di nuovo paura. Ma non volevo mollare, mi sento debitrice e vorrei rendere il bene che ho ricevuto, stringere i denti e impormi che a questo appuntamento devo andare.

Ci vuole tempo per rimarginare le ferite: molto impegno e avere qualcuno che ci affianca per rimarginare le ferite che la violenza subdolamente innesta.

 

Inizia il racconto

A 18 anni ho conosciuto un ragazzo con cui mi sentivo in sintonia, era buono ma poi ha scelto un percorso diverso rispetto alla vita matrimoniale a cui io aspiravo.

Avevo dato un ultimatum di 3 mesi, ma la sua indecisione continuava e non volevo che la mia vita fosse bloccata. Ho tagliato con lui e con tutti gli amici della parrocchia.

Ho frequentato l’università, mi sono laureata in Giurisprudenza, facevo molto volontariato e volevo vivere in un mondo che potesse rispondere al mio bisogno di sentimenti autentici.

La mia famiglia si è sempre dedicata agli altri. Siamo tre fratelli e la sorella è disabile.

I genitori non ci hanno mai fatto mancare niente, ma le loro attenzioni erano concentrate su di lei. Forse ho patito questa carenza di attenzione? Ma queste cose che sto dicendo le ho elaborate dopo. Ho cercato, anzi sto cercando di capire come ho potuto accettare tanta brutalità.

Mi sono quindi allontanata dagli amici della parrocchia e siccome amo la montagna ho partecipato con una associazione a tante escursioni. Mi sono laureata molto presto e in qualsiasi ambiente lavorativo andassi, venivo apprezzata perché mi piace il lavoro, mi impegno tanto, sono una persona di buona volontà, ma il mio desiderio era di avere una famiglia.

 

La famiglia al primo posto

Mi ha portato a conoscere subito i suoi genitori e mi ha regalato l’anello di fidanzamento.

Lui non aveva amici e percepivo la sua resistenza quando proponevo i miei. Io ero piena di amici, ma vedendolo così teso ho incominciato a rinunciare di proporglieli.

In quel periodo mi dicevo È chiuso, non è abituato. Lo giustificavo anche perché un giorno mi ha detto una frase terribile: Quando conoscerai la mia famiglia vorrai lasciarmi! La sua famiglia abitava in centro: un padre fortemente autoritario, la madre, che è mancata da poco, molto depressa come il figlio che ancora viveva in casa.

 

La mia vita in quel periodo come era?

Non avevo impegni professionali, vedevo di rado la mia famiglia, quasi mai gli amici. Se qualche volta venivano a casa, andavano via prima che Lui arrivasse, perché per Lui tutti erano estranei e tollerava a mala pena la sua famiglia. Diceva sempre: Voglio stare in santa pace quando torno dal lavoro. Voglio stare solo! È riuscito ad innescare nella mia testa un meccanismo di ansia e i suoi continui divieti hanno incominciato a ledere la mia autostima, produceva un imprinting svalorizzante. Tensioni e pressioni continue, che mi inducevano a lasciar perdere e a sperare in qualche cambiamento.

Oggi posso dire che ero manipolata e plagiata, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Le sue frasi ricorrenti Tu sei una casalinga… Cosa vuoi fare? Mi sentivo morire dentro: sono laureata e ho superato anche l’esame di Stato, ma le mie gambe, a quelle parole, tremavano. Il fratello veniva a casa nostra, si era affezionato alla bambina. Non aveva amici, aveva lasciato la scuola a 13 anni durante le medie. Veniva spesso a giocare con la nipotina e non mi dava fastidio anche se pensavo che non fosse giusto che un ragazzo giovane non avesse null’altro da fare.

Un giorno dico a sua mamma: Perché non lo avete fatto curare? Sta tutto il giorno in casa è così giovane! Conosco una dottoressa che lo potrebbe aiutare.

Sono stata aspramente rimproverata, ma io ho contrapposto la mia idea: L’ho fatto per il bene di tuo fratello, ma se voi volete che stia tutto il giorno in casa non è un mio problema. Un giorno volevo andare a trovare un’amica e ho lasciato la bambina con lo zio e la nonna. Torno a casa e trovo la bambina agitata, che stava lontana da loro.

Non voleva avvicinarsi allo zio. Vuole che la prenda in braccio, anzi si avvinghia a me e dice: Lo zio mi ha cambiato il pannolino. Perché lo zio ha cambiato il pannolino alla bambina? Ho chiesto alla suocera. Ma lei, depressa, con la testa ciondolante e lo sguardo basso non risponde. Ne parlo a mio marito e dico: Puoi chiedere spiegazioni a tuo fratello? Anche perché la bambina aveva smesso di mangiare. Assaggiava solo un po’ di pasta e formaggino.

Non voleva che nessuno si avvicinasse, soprattutto lo zio, neanche un bacio sulla guancia.

È successo anche un altro episodio che all’epoca non capivo in tutta la sua gravità: la bambina si allontana scappando dallo zio piangendo e pulendosi con le mani la bocca. Cosa succede? Chiedo. La risposta dello zio che io ho quasi pensato plausibile (anche se ero preda di una strana inquietudine!) Volevo dare un bacino sulla guancia ma lei si è girata e ho toccato la sua bocca! Non ho più lasciato la bambina, né allo zio, né ai nonni.

Resto incinta del secondo figlio e ho un distacco della placenta. Sono debole e devo stare a riposo e purtroppo si intensifica la presenza dello zio e della nonna.

Ad aiutarmi veniva anche una mia amica suora che poi ha restituito le vesti e un giorno mi dice che la bambina le ha detto che lo zio le ha toccato la farfallina. Mi sento morire: sono confusa, frastornata, sconcertata, ma devo affrontare la situazione. Dico a mio marito Bisogna portare tuo fratello da uno psicologo… La bambina ha detto che… Si è scatenato l’inferno. Parolacce, ingiurie tutte contro di me, perché il fratello si era giustificato dicendo che i jeans che la bambina indossava parevano troppo stretti.

 

Mi fai schifo. Mi fa schifo il mio nome pronunciato da te

Ricevevo minacce verbali pesanti, tanto che tutti i coltelli che avevamo in casa il giorno dopo li ho tutti fasciati e piangendo li ho dati a mia mamma. Ho così iniziato a raccontare in quale situazione mi trovavo, anzi io e la bambina ci trovavamo e con l’arrivo di un secondo figlio. Cosa potevo fare? Chi avrebbe potuto aiutarmi?

Un paio di volte poi mi ha preso a calci, in alcune circostanze mi ha spintonato e ho sbattuto contro lo stipite della porta. Gridava che non mi sopportava, che ero paranoica, che lo soffocavo, che avevo rovinato la sua famiglia. Urlava Mi fai schifo. Mi fa schifo il mio nome pronunciato da te. Poi smetteva di parlare. I miei genitori hanno avuto paura che perdessi il bambino. Ero disperata.

Non sono andata dalla Polizia, ma da un Padre Gesuita, che mi ha suggerito di portare i disegni della bambina ad un professore che lui conosceva e che lavorava l Centro Maltrattamenti e Abusi. Lui, dopo avermi ascoltata e guardato i disegni, ha chiamato il Vicequestore, che ha suggerito di fare la denuncia e di allontanarmi da casa. Negli ultimi tempi lui mi minacciava e avevo anche sentore che avesse messo delle telecamere. Sono allora andata dai miei genitori. Lui è arrivato come una furia, ha urtato mia mamma, ha spintonato mio padre. Il piccolo aveva un anno.

 

Il Centro Antiviolenza

Aver incontrato l’Operatrice del Centro Antiviolenza è stato come trovare una compagna di viaggio straordinaria ed entrare in Casa Rifugio dove tutti mi avevano consigliato di andare per salvare me e i bambini è stato un grande sollievo.

Il bambino ha iniziato a camminare. A casa nostra, con il papà presente, se cadeva (ma un bimbo così piccolo come fa ad imparare a camminare se non prova?) succedeva il finimondo. Il papà lo sgridava, poi inveiva contro tutti noi.

Allora ero terrorizzata, non tanto per me, ma per i bambini. Ero così spaventata e incapace quasi di vedere una via d’uscita. C’è stato il calvario dell’iter giudiziario, il timore di perdere i figli.

Non si può uscire dalla propria casa da sole, si vive un azzeramento totale della persona e si ha bisogno del sostegno di una Operatrice del Centro Antiviolenza, come ho avuto io. Anche la mia famiglia mi ha sempre sostenuto, ma c’è anche chi non ce l’ha. L’Operatrice e il Centro nel suo insieme ti fa sentire che non sei sola, che puoi farcela e ti aiuta a trovare tutta la forza che è in te e senti che non puoi più fermarti.

Essere qui per raccontare la mia storia significa ripercorre grandi dolori, ma oggi voglio vivere la sofferenza non come limite, ma come occasione.

 

L’iter giudiziario

L’iter giudiziario è stato doloroso: il Tribunale dei Minori ha sottoposto mio marito a incontri protetti. Poi il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio). Sull’esperienza giudiziaria vorrei dire tante cose: nonostante tante e tanti giudici bravi che comprendevano la situazione, la verità giudiziale non sempre corrisponde alla verità della vita. I meccanismi giuridici spesso sono capaci di confondere la realtà, poiché anche e soprattutto il lavoro degli avvocati delle parti e in questo caso della mia controparte, tenti di fuorviare la realtà, offrendo circostanze falsate, non vere o comunque capaci di offuscare la realtà. Purtroppo, questo fa parte del gioco delle parti processuali e rende tutto ancora più difficile. Una vera lotta.

Ci vuole tantissima forza e forse, in alcuni casi, non ce l’avevo. La relazione con mio marito mi aveva disintegrata e poi avevo soprattutto paura di perdere i figli. Ora ho l’affido congiunto. Mio figlio non è ancora maggiorenne e spera di crescere per poter scegliere. Non va volentieri dal padre e dice che lo critica continuamente e a volte urla parolacce Pezzo di merda, figlio di puttana. L’ho riferito anche allo Psicologo che incontro una volta al mese. Quando i ragazzi tornano a casa chiedo sempre Vi ha trattato bene? E lo chiedo anche a Lui: Come li hai trattati? Li hai trattati bene? Io ora non ho più paura di te! E li devi trattare bene!

Mia figlia ora può decidere e non va sempre, solo qualche volta. Ma a volte, alla richiesta se è stata trattata bene, risponde Cosa credi che sia un mostro? Rispondo Penso che ci siano cose giuste e cose sbagliate in assoluto e la violenza o anche semplicemente qualsiasi forma manchevole di rispetto, non va bene per nessuno.

Quando ho ricevuto la telefonata dove mi veniva chiesto se me la sentivo di dare la mia testimonianza mi sono di nuovo sentita indifesa, mi ha recato dolore, perché ho capito la dimensione, la portata della violenza che ho subìto, ma a cui solo ora so dare un nome e una misura.

 

Un difficile percorso

Il lavoro per uscire dalla situazione di violenza è stato difficile, un percorso ad ostacoli con passaggi a livello che crescevano e che dovevo superare.

Ho vinto un concorso e lavoro nell’Ufficio legale di un grosso ente. Una grande soddisfazione per me e i miei figli, che si sono resi conto che qualcosa tra noi, piano piano, si riappianava e si costruiva un rapporto di stima e di fiducia, che mano a mano cresceva.

Se ripenso a tutto forse un “errore” me lo imputo: non aver spiegato ai miei figli cosa era successo. Il CTU me lo ha sconsigliato, anzi vietato e poi anche il loro padre non ha voluto.

Una cosa l’ho detta: Ho fatto tutto sempre per proteggervi e per il vostro bene. Non ho mai parlato male del papà, volevo che fossero, nonostante la situazione, un po’ sereni. Avevamo l’affidamento congiunto. Potevo metterli in una posizione di scelta? Oggi il bambino, ormai ragazzino, dice che non vede l’ora di poter scegliere.

Tutti questi passaggi li racconto sempre allo psicologo. Ai miei figli dirò sempre Vi ringrazio di essere nati, voi siete il meglio della mia vita, siete il primo pensiero quando mi sveglio e l’ultimo quando mi addormento, siete la gioia della mia esistenza.

Sono orgogliosa di mio figlio, mi racconta dei suoi compagni e uno lo infastidiva. Allora ho detto ai miei figli: Le mani addosso solo per difesa e voi meritate rispetto. Quel rispetto che sempre dovete dare agli altri e che dovete pretendere. E questo l’ho detto anche alla madre di quel ragazzo che ha subito capito. Mio figlio è un ragazzo d’oro. Partirà per un viaggio premio con gli insegnanti, che sono molto orgogliosi di averlo in classe. È una luce che splende nel buio.

Si interessa di tutto. È curioso. Addirittura, la dentista si rivolge a lui prima che a me! E scherzando dico: Ehi ci sono anch’io. Ma ne sono orgogliosa! E anche mia figlia è una ragazza magnifica che vince sempre borse di studio!

Poco tempo fa ho incontrato una ex collega che conosceva un po’ la mia situazione e, abbassando la testa, mi ha sussurrato che la figlia, con un bimbo nato da poco, ha deciso di separarsi. Piangeva, ma ha proseguito raccontando che il marito l’aveva presa a schiaffi, ma solo due volte. Io con la voce strozzata, quasi urlando le ho detto: Solo due volte? Ma già due volte! E ho proseguito Gli uomini violenti non si guariscono in casa, sono malati e vanno curati. Te lo dice una persona che l’ha vissuto sulla propria pelle. I bambini che crescono in casa con un uomo violento rischiano…Anche di diventare uomini violenti a loro volta!

Liliana Segre mi ha insegnato tre cose. La violenza si combatte con l’educazione in famiglia e a scuola. Bisogna che i figli siano alfabetizzati emotivamente e con una grande attenzione all’uso di questa tecnologia digitale così invasiva.

L’uomo violento è un nemico da combattere e la donna deve trovare il coraggio di andarsene altrimenti diventa complice agli occhi dei figli. Le continue vessazioni rendono la donna debole e per andarsene deve essere forte. Per questo bisogna farsi accompagnare da chi è esperto, perché la violenza va gestita da chi la sa fronteggiare.

La donna è sempre inferiore, ha un’inferiorità economica, oltre che psicologica frutto dei comportamenti e dei maltrattamenti subiti.

 

Perché non ho ascoltato la mia voce interiore?

Bisogna ripartire con l’educazione dei bambini e degli adulti e forse c’è una possibilità di miglioramento. Importante curare la propria interiorità. Perché non ho ascoltato la mia voce interiore? Vedevo i suoi atteggiamenti, mi creavano inquietudine, ma non li capivo. Era spesso agitato, non aveva amici e non voleva i miei, tanto meno la mia famiglia.

Ho pensato che a volte il desiderio di avere un affetto porta degli squilibri, mi sembrava di essere con una gamba più corta, che mi sbilanciava, avevo una andatura quasi claudicante. Prendersi cura di sé, non avere vergogna di dire sto male, ho bisogno di affetto, in primo luogo verso sé stessi, seguire quello che si pensa e si sente, ma soprattutto farsi affiancare da persone capaci di camminare insieme e non farsi portare in braccio.

L’educazione in famiglia è il primo punto, è l’educazione di sé stessi. Non pensare Sono io sbagliata. È sacro santo darsi dell’affetto, volersi bene per camminare bene. In equilibrio. Questo è il primo passo. Il secondo è avere coraggio nella paura e andare via. Una moglie deve essere una compagna, insieme allo stesso livello, non può curare un uomo violento e se si vuole che la figlia non venga picchiata e che il figlio non cresca violento, deve andare via.

È il Centro Maltrattamenti che mi ha indirizzato al Centro Per Non Subire Violenza.

Ora vivo nel piccolo appartamento che mi ha lasciato mio fratello vicino ai miei genitori. I figli stanno una settimana con me e una con il papà. La domenica sera, con il taxi, vado a riprenderli. Mi accerto che il taxi mi aspetti e che i figli siano stati trattati bene.

Una sola volta sono tornata nella ex casa coniugale, concordata con l’Operatrice del Centro Antiviolenza, per prendermi alcune cose, dopo che era stato formalizzato il divorzio. Pochissime cose.

L’ex marito sa che sto andando da uno Psicologo a cui racconto tutto, anche il suo comportamento con i figli. Mio marito vorrebbe farmi passare per matta, ma io ormai non ho più paura, le donne non devono avere più paura. Ho dovuto cambiare il mediatore famigliare. Il primo e poi il secondo, una via crucis!

Se penso al Centro Antiviolenza vedo due strade parallele lungo la riva di un fiume e, a una certa distanza, un ponte. Passi che procedono insieme, mamme che camminano spedite con i loro bambini. Per me l’esperienza è stata quella di riuscire ad attraversare il ponte e se giro la testa vedo la nebbia, sensazioni che non si possono cancellare. Bisogna stare molto attente e proseguire senza voltarsi. Se penso al mio ex marito vedo solo nebbia e vengo trascinata in una inquietudine indicibile.

A questo punto della mia vita ho voglia di restituire il bene che ho ricevuto, dal lasciare questa testimonianza ad andare a parlare con quell’insegnante o quella mamma sul fatto del ragazzo che ha comportamento da bullo. Questo è il mio impegno.

 

Il Centro Per Non Subire Violenza

è il primo Centro Antiviolenza aperto a Genova negli anni Ottanta. È un luogo di accoglienza e ascolto. Garantisce riservatezza e anonimato. Opera principalmente sul territorio della città di Genova e Provincia. Offre percorsi di protezione anche per donne provenienti da altre Regioni. È collegato al numero nazionale gratuito antiviolenza 1522.

Cofondatore dell’Associazione Nazionale D.I.Re (Donne in rete contro la violenza). Collabora con le istituzioni e con gli altri centri antiviolenza.

Da quarant’anni le operatrici sostengono le donne nel loro percorso di cambiamento e di fuoriuscita dalla violenza per il raggiungimento dell’autonomia personale. Da un anno ha aperto un Centro a Recco (Martina Rossi) e due sportelli ad Arenzano e Cogoleto.

 

#UNITE

Le scrittrici italiane unite contro la violenza di genere. Un’azione collettiva per riflettere sulla violenza contro le donne e sulle parole che la raccontano. Dal 3 gennaio al 3 marzo decine di testate giornalistiche ospiteranno i racconti o gli articoli di scrittrici e giornaliste. Ognuna userà la sua voce e le parole più adatte a descrivere un fenomeno complesso perlopiù tollerato dalla società.

L’intento è che questo argomento non resti confinato nei luoghi della cultura, ma raggiunga le donne che oggi credono di essere sole, comunichi con i genitori e gli insegnanti, con gli uomini che ancora trattano le donne come oggetti e non sopportano la loro libertà.

Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin nella libreria Tuba di Roma c’è stata una lettura pubblica e collettiva del libro scritto dalla messicana Cristina Rivera Garza, dedicato al femminicidio della sorella Liliana “L’invincibile estate di Liliana” (SUR, 2023). In seguito a quell’incontro si è costituito un gruppo di scrittrici che nel 2024 condurrà un’azione letteraria per tenere alta l’attenzione sulla questione e rappresentare con parole esatte tutte le declinazioni della violenza di genere.

Il 4 marzo 2024 al Teatro Manzoni di Roma si terrà una serata di lettura degli articoli.

Pubblicazioni:

Riprendo la mia vita

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