
Cassandra
Siamo in un momento di calma piatta o si stanno profilando all’orizzonte cose nuove? Siamo per caso in una di quelle fasi in cui il silenzio nasconde di per sé cose di sostanza? Me lo chiedo in riferimento, ovviamente, a un impegno educativo che purtroppo deve o dovrebbe fare i conti con un mondo sempre più fuori da ogni regola, in cui la forza sembra diventare uno degli assi fondamentali per ridisegnare equilibri e influenze. Dove purtroppo continuiamo a doverci confrontare con scontri e conflitti, che alla tragedia di ogni guerra aggiungono una tragedia ulteriore: la fine del futuro per molti bambini e bambine.
Comunque, anche se l’opinione pubblica è stata interessata da questi fenomeni, alcune cose a casa nostra sono andate avanti. Penso ad esempio a tutte le discussioni e prese di posizione relativamente alla legge finanziaria, che peraltro non mi sembra abbia portato grandi novità nell’ambito zerosei, se non ulteriori tagli e ridimensionamenti nella sfera dell’istruzione, a ulteriore dimostrazione che non è questa la dimensione su cui si ragiona per garantire uno sviluppo di qualità collettiva.
Del PNRR sappiamo, dalle ultime statistiche, che siamo ancora ben distanti dall’utilizzo complessivo dei fondi e dalla realizzazione soprattutto delle strutture fisiche approvate e finanziate. Ricordiamo che per giugno di quest’anno dovranno essere ultimate e pronte per essere attive almeno da settembre. Non è un traguardo semplice, perché i progetti avviati non solo dovranno avere completato tutto il percorso in atto anche in termini di strutturazione gestionale dell’unità immobiliare (degli arredi, per esempio, prima o poi se ne dovrà ben parlare), ma dovrà anche essere completato tutto l’iter necessario (supposto che se ne sia iniziato a discutere in tempo) che dovrà portare alle forme di gestione dei nuovi servizi. Quindi un intreccio problematico, ancora ad oggi non affrontato adeguatamente, per garantire un aumento dell’offerta educativa, che sappiamo ancora estremamente limitata in Italia.
Proprio sulle forme di gestione sarebbe interessante poter approfondire quali indirizzi gli enti locali si stanno proponendo di attivare; così, a lume di naso, sembrerebbe quasi un dato di fatto che non sarà la gestione diretta quella maggiormente promossa. Dalle risorse scarse assegnate (nella presunta convinzione che gli enti locali “pesino” terribilmente sul debito nazionale) alla necessità di rispondere a diverse e sempre più articolate urgenze sociali e civili (l’autunno demografico incide anche sul rapporto tra giovani generazioni e terza età, con una quota di risorse costantemente in aumento necessarie per interventi di sostegno sociale e socio-sanitario, considerando che le politiche di prevenzione sembrano anche queste, come il sistema dell’istruzione e dell’educazione, una semplice chimera), è difficile pensare che gli enti locali possano trovare non solo risorse economiche tali da garantire una gestione diretta, ma forse anche risorse tali da poter affidare almeno in gestione esterna la conduzione dei nidi o dei servizi comunque educativi, mantenendo la titolarità diretta. È più realistico immaginare che le forme verso cui maggiormente si andrà saranno quelle relative alla concessione del servizio, con tutti i problemi possibili che potrebbero ingenerarsi. Non è difficile pensare, infatti, che il concessionario, assumendosi oneri e rischi dell’impresa, da una parte tenderà a gestire con costi tali da non compromettere la capacità economica dell’organizzazione e, dall’altra, utilizzando una propria discrezionalità e liberalità gestionale, potrà magari giocare ai margini di quel sistema educativo nel quale è comunque inserito.
Abbiamo poi le Indicazioni Nazionali che sono state definitivamente approvate e che mantengono, nonostante i richiami del Consiglio di Stato, quello iato tra il sistema 0-3 e il sistema 3-6 che rappresenta un elemento regressivo rispetto al Decreto Legislativo 65 del 2017, in particolare nella definizione di un sistema realmente integrato che permetta di costituire nei territori una visione coerente e sistemica di tutti i fattori, in grado di concorrere alla produzione di nuove offerte educative.
Così come continua a segnare livelli – possiamo dirlo? – inammissibili la povertà economica, con oltre 5 milioni di persone non aventi disponibilità di risorse in grado di garantire il minimo di vita sostenibile; e ben sappiamo come all’interno di queste percentuali il numero dei giovani sia purtroppo molto significativo. Così come conosciamo il fenomeno della povertà educativa ma anche quello della povertà relazionale, come è stata richiamata recentemente da alcune ricerche; e ben sappiamo come purtroppo continuano a frequentare soprattutto i nidi d’infanzia bambine e bambini, figlie e figlie di genitori tendenzialmente con un tasso d’istruzione medio alto e con reddito almeno medio. Il che non vuol dire, ovviamente, che non debbano frequentare; il problema vero, semmai, è che gli altri che ne avrebbero ancora più bisogno rimangano tendenzialmente esclusi da questo sistema.
E infine stiamo attendendo le decisioni finali in merito all’albo delle educatrici e degli educatori per la prima infanzia che, come sappiamo, dovrebbe chiudersi intorno al mese di marzo, convinti – chi? – che questo sia il passo decisivo per una riqualificazione professionale e formativa di chi opera nel sistema.
Tutto questo mi rimanda a una considerazione finale: così come è giusto e necessario proporsi una qualità del processo educativo, dovrebbe altrettanto essere giusto e dirimente porsi la questione della qualità del sistema nel suo complesso. Infatti, senza una qualità estesa, ramificata, sostenuta e sostenibile del sistema nella sua totalità, una battaglia per la qualità all’interno del sistema rischia di essere una pur giusta rivendicazione, ma chiusa e limitata in quei pochi margini del sistema stesso.
E oggi questo approccio mi sembrerebbe sempre di più funzionale a una semplice riconferma delle diseguaglianze in atto.
