
Cassandra
È sempre stato al centro della mia curiosità il microcosmo sociale che si agita all’interno di una infrastruttura educativa, sia essa un nido, una scuola dell’infanzia, una ludoteca, ma anche ovviamente una scuola in senso più lato.
Pensiamoci: intanto bambine e bambini (o in altro caso ragazze e ragazzi), ognuna/o con una sua storia, una sua provenienza, un proprio percorso di sviluppo e maturazione, un universo di aspettative e di bisogni ancora da riempire e da soddisfare. Ognuno e ognuna con la propria individualità, ma necessariamente in dialogo con gli ambienti, le persone, le dinamiche relazionali, i tempi e le routine che quella infrastruttura fisica riempiono e modellano.
Poi il personale che vi opera: educatrici, educatori molto pochi, insegnanti, coordinatori o responsabili pedagogici (e qui di maschietti ne vediamo un poco di più, chissà mai perché?), ausiliarie e ausiliari addetti alla ristorazione, alle pulizie, alle varie faccende che la quotidianità impone. Anche loro con provenienze e percorsi personali diversi, magari in qualche caso almeno simili, con aspettative varie e con differenti gradi di soddisfazione per gli obiettivi al momento raggiunti e quelli ancora da raggiungere, che intrecciano dimensioni familiari, affettive, lavorative in parte condivisibili, in parte del tutto personali.
Ma non basta: in quel nido o in quella scuola dell’infanzia (gli altri ordini e gradi li do per assimilati) entra ogni tanto gente sconosciuta: operai, tecnici degli impianti, personale sanitario e di vigilanza, il direttore (che non sempre è di sesso femminile) e tanti e tante ancora. Anche in questo caso, anche se per tempo breve, interagendo con spazi, ambienti, dinamiche in corso.
E infine i genitori: che soprattutto nei primi anni ben rappresentano anch’essi una multipolarità di esistenze, aspettative, consegne più o meno fiduciarie, visioni di futuro che si incontrano/interagiscono, a volte si scontrano con quel sistema di organizzazione quotidiana.
In uno di questi nidi vidi un bimbo alcuni anni fa seduto accanto alla sua amichetta di chiare origini asiatiche e al loro compagno di colore nero a cui fu rivolta una domanda: «Come stai con i tuoi amici non italiani?». E la risposta: «Dove sono?».
Cosa “tiene insieme” questo microcosmo che tanto micro non è, perché in fondo riflette quella pluralità soggettiva e operativa che è la nostra società, compresa la caldaia che si è rotta, la tapparella che non sale più, i colori che non abbiamo perché mancano i soldi e la merenda come sempre in ritardo?
Cosa permette che si determini una condizione tendenziale di coesione e di interscambio operativo in un contesto così ampiamente diversificato? In un contesto, peraltro, dove le diversità stanno purtroppo aumentando.
Anche sul tema delle diversità sarebbe in realtà opportuno approfondire il ragionamento. Cosa “sta dietro” la diversità? Premesso che ogni bambino è portatore del diritto soggettivo a un’educazione che consenta a ciascuno di sentirsi riconosciuto e accolto nella propria unicità e diversità (come ci dicono le Linee Pedagogiche per il sistema integrato 0-6), e dunque se diamo atto che la diversità è una dimensione ontologica dell’essere, perché si pone comunque e spesso come elemento problematico? A mio avviso, la questione andrebbe sviluppata in realtà pensando alle disuguaglianze che sostanziano e rafforzano quelle diversità: le disuguaglianze culturali, socio-economiche, affettive e relazionali, ambientali e territoriali, non ultime quelle invalidanti in cui la persona con disabilità è in realtà disabilitata dalle condizioni date da chi non ha una disabilità.
Nel nido, nella scuola dell’infanzia e ovviamente ancor più nei successivi livelli queste disuguaglianze esistono perché sono materialmente incarnate da chi frequenta e dallo spazio socio-relazionale in cui chi frequenta è inserito. Per questo il nido e la scuola dell’infanzia non sono solo un ambiente fisico, ma una vera e propria infrastruttura educativa, ovvero un ecosistema complesso in cui si integrano tutti gli elementi e le dinamiche che ho finora richiamato. E certamente anche altre che non ho citato.
Ritorna dunque la domanda: come può reggere questo microcosmo, come può in qualche modo mantenersi coeso e non deflagrare?
Provo almeno per titoli a proporre qualche suggestione, che potrei riprendere in successivi contributi. La prima è quasi un’ovvietà: se l’infrastruttura educativa regge pur nell’intreccio complesso che abbiamo richiamato, è perché riflette il complesso che esiste al suo esterno. In sostanza, gli attori e gli ambienti non sono “altro” da ciò che fuori dalle mura sta succedendo, anzi sono intrinsecamente legati a quelle dinamiche che nella più ampia arena sociale stanno interagendo e scontrando. Dal che sarebbe interessante una posizione: perché non guardare ancora di più a quanto in questo mondo succede per chiederci cosa sta succedendo fuori, anziché pensare che sia il “fuori” che chiede al mondo educativo di essere qualcosa? Forse dobbiamo iniziare a pensare che sia l’infrastruttura educativa a dirci cosa dovrebbe fare il mondo per la scuola e non viceversa.
Seconda piccola suggestione: pur esercitando ognuno il proprio ruolo e giocando la propria funzione, comunque, si collabora tutti a uno scopo. A partire dalle bambine e dai bambini presenti. In un clima, diciamo almeno tendenzialmente, di fiducia. Scopo e ancor più senso di quel che si fa come motore di coesione, pur nell’ambito e nella negoziazione delle differenze e diversità.
Ancora l’ultima: è un microcosmo in cui esiste un investimento che guarda al futuro e non gioca con l’immediato. Dove, colta l’importanza del processo e assunte linee progettuali attraverso processi di condivisione democratica (come ancora e fortunatamente in molti nidi e scuole dell’infanzia avviene), la valutazione e il monitoraggio possono spostarsi dalle performance immediate verso traguardi di ben altra intensità.
Per questo, il sistema complessivamente inteso dell’educazione e dell’istruzione non va demolito. Perché va pensato come un possibile laboratorio di sperimentazione per processi di collaborazione e coesione sociale. Perché, proprio per questo, può essere un forte banco di prova per proporre disegni diversi di una società sempre più alla deriva.