
Cassandra
Incomincio seriamente a preoccuparmi. Intanto per quanto mi riguarda. È infatti probabile che non sia più capace di capire cosa sta succedendo in questo nostro Paese e allora sarà meglio tacere per non continuare nell’errore. Oppure non riesco più a farmi capire, a dire bene ciò che mi passa per la testa e ciò che vedo e allora forse devo spiegarmi meglio. Ci provo ancora.
Siamo di fronte (parlo sempre dello 0-6, questo spero si sia capito da un po’ di tempo) a situazioni a mio avviso preoccupanti: tagli al PNRR, difficoltà a utilizzare i fondi ricevuti a partire da un mancato coordinamento tra fondi per la costruzione e risorse per la gestione, preoccupazioni sulle risorse umane quantitativamente qualificate per la gestione dei futuri servizi, ritardi e manchevolezze nella costruzione del sistema integrato, a partire dai coordinamenti pedagogici per arrivare ai poli per l’infanzia, albi professionali appena approvati e percorsi formativi sempre in discussione.
Per non parlare del calo demografico e l’utilizzo di questo per fare solo economie di spesa, dell’inclusione come processo ancora non concluso (e se guardiamo oltre lo 0 6, adesso qualcuno vaneggia il ritorno alle classi differenziali), il permanere di un accesso ancora non universale e i dati che già citavo nel numero precedente di questa rivista che fanno dell’infanzia una stagione della vita ancora seriamente subordinata al mondo adulto e alle sue follie.
Insomma, una situazione non ancora coerente con i dettami normativi e di pensiero prodotti negli ultimi anni, in cui mi sembra manchi ancora una visione complessiva e coordinata del sistema, uno stato delle cose in cui si arranca con più o meno buona volontà a trovare soluzioni sostenibili, in una situazione direi di abbandono ministeriale che pare sempre più evidente.
E cosa facciamo in questo momento? Tolte alcune rare eccezioni in cui si cerca di rispondere ai problemi esistenti (tuttavia rimanendo spesso rinchiusi nel proprio campo d’azione, senza che questo fare tenda a confrontarsi con un “fare sistemico”), oggi abbondano convegni, seminari, incontri tematici, quando va bene inviti sommessi a qualche soggetto pubblico o privato pur che sia, giusto per dire che si sta pensando, ci si sta confrontando.
Quasi un fare per rimarcare non tanto un pensiero, una proposta, una denuncia, quanto per ricordare una propria esistenza. Vale un po’ per tutti, dalle reti e dalle associazioni educative che pur abbondano, ai soggetti del terzo settore (che almeno tanto quanto nel mondo cooperativo hanno aggiornato un contratto che era ormai fuori dai tempi), alle stesse organizzazioni sindacali. Del Ministero ho già ricordato l’assenza. E l’Anci che vagola, in parte per la sua connotazione corporativa, in richieste di aggiustamenti sulle risorse da assegnare.
E dunque, come ne usciamo? Continuiamo a dirci che le cose dovrebbero andare meglio? Lo sappiamo già. O al massimo a testimoniare le difficoltà, sottolineare le urgenze, prospettare i desiderata, rimanendo in attesa che qualcuno si svegli e proponga qualcosa, giusto per poi fare convegni, seminari, incontri tematici, sommessi inviti a fare meglio. Si è già fatto.
In questa situazione, non vedo che una proposta: l’intero sistema integrato 0-6 passi alla competenza esclusiva dei Comuni. O dello Stato. Questa via di mezzo in cui ci siamo finora incagliati è una gabbia che va superata. Ci sono ancora molti Comuni che hanno sia nidi che scuole dell’infanzia. Si parta da lì per cambiare radicalmente il sistema, si crei il ruolo unico comunale per lo 0 6 e si assegni agli Enti Locali il pieno controllo sull’organizzazione territoriale del sistema e sui processi formativi e occupazionali. E si riscrivano i LEP, i finanziamenti e le risorse aggiuntive in funzione di questo nuovo sistema.
Non va bene? Solo alcuni Comuni ce la potrebbero fare, non tutti hanno le risorse anche umane per gestire questo sistema, e dove le Regioni sono meno attrezzate cosa potrebbe succedere? Ancora una volta disparità tra Nord e Sud e anche all’interno degli stessi territori regionali? E allora si passi definitivamente tutto allo Stato, si crei il ruolo statale delle educatrici e educatori, si utilizzino le risorse finora erogate ai Comuni per sostanziare il progetto di riequilibrio dell’offerta, si dia agli uffici scolastici territoriali il pieno e totale coordinamento dello 0 6, avendo a questo punto le scuole dell’infanzia come soggetti di promozione della continuità educativa.
Tutto questo non vuole essere una provocazione, giusto da leggere e buttare via, ma una proposta concreta per uscire dal pantano in cui siamo. L’unica che mi sembra possa portare, in un senso o nell’altro, a un filo conduttore unitario le possibili soluzioni su cui stiamo girando attorno da troppo tempo.
Chi ha qualcosa da dire?