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Si può fare. Oltre i convegni

Cassandra

Profetessa


E’ iniziato ormai da diverse settimane il nuovo anno educativo e dunque ne approfitto per richiamare l’attenzione che tutte e tutti dovremmo avere nei confronti di chi nei servizi educativi opera, di chi li frequenta, di chi li dovrebbe o vorrebbe frequentare, dei genitori che questi servizi li utilizzano e di quelli che no.

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Eravamo e siamo ancora in periodo PNRR, così come siamo ancora in una situazione di forte disequilibrio nell’offerta dei servizi, di continuo richiamo alla crisi demografica (si stima che nel 2024 i nuovi nati saranno 374 mila, meno del 2023), di politiche di bilancio statale che rincorrono di anno in anno le risorse necessarie per garantire un sostegno alle famiglie, senza dare quella certezza di interventi stabili nel tempo necessaria per poter scegliere.

E intanto si apre (finalmente) un dibattito sullo ius scholae, perché qualcuno si sta accorgendo che quei tanti piccoli e giovani inseriti nel nostro sistema educativo con l’appellativo di extracomunitari per almeno il 70 per cento è già nato in Italia.

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Che poi il dibattito stia girando intorno ai dieci anni di scuola, oppure a cinque o chissà che altro verrà proposto, l’importante come ho già detto altre volte è che chi calpesta il suolo italiano si possa sentire parte di quella comunità che calpesta lo stesso spazio. E allora aggiungo anch’io una piccola ipotesi: mettiamo nel conto almeno gli anni di frequenza alla scuola dell’infanzia, visto che certo è più frequentata dei nidi (ma ovviamente non per colpa dei nidi, su questo do per scontato che i motivi si conoscano!); così con 3 più 5 anni della scuola primaria abbiamo non solo raggiunto una buona media tra 5 e 10 anni, ma prendiamo sul serio il fatto che il senso di appartenenza e di meticciato culturale si può fondare su percorsi articolati, interdisciplinari e socialmente diffusi.

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Mentre si sta ulteriormente aprendo un altro fronte, almeno a parole, relativo ai bassi stipendi del corpo degli insegnanti (e spero che chi ne sta parlando o ne parlerà abbia il buon senso di intendere tutte e tutti coloro che operano nel sistema educativo allargato), è di questi mesi l’istituzione dell’albo delle professioni educative e pedagogiche. È già stato detto e scritto molto su questo tema; qualcuno dice che farà bene alla professione, anzi che sarà stimolo per futuri aumenti economici, qualcuno ha fatto rilevare (e sinceramente sto da questa parte, si vedano per tutti le posizioni del Gruppo nazionale Nidi e Infanzia) che rischia seriamente di rendere sempre più difficile quel processo di integrazione nel sistema zerosei che ancora fatica a realizzarsi. Solo una considerazione mi viene da aggiungere: in un contesto in cui persino l’Unione Europea sembra invitare a uscire dagli albi professionali, perseguire oggi questa strada richiama antiche organizzazioni nella rappresentanza del lavoro che speravo sinceramente fossero definitivamente superate.

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Un anno fa però terminavo gli auguri con un invito concreto: aprire almeno una discussione per proporre il passaggio dei nidi nei servizi pubblici essenziali. Per far si che un diritto non fosse “garantito” solo dalla buona volontà di servizi basati sulla domanda individuale e sulla disponibilità dei soggetti pubblici a investire le risorse necessarie.

Non che mi illudessi che questa rubrica avesse la forza di sollevare chissà quale processo o discussione, ma certo non ho sentito voci nel merito. Certo, discussioni e approfondimenti sul sistema zerosei ne sono stati fatti e se ne faranno. Qualche titolo? Politiche educative e servizi integrati per la prima infanzia e i genitori: una sfida che parte dai territori, Quale relazione educativa per un futuro possibile? Povertà minorile e aspirazioni: uno sguardo sull’Italia, Continuità e coerenza educativa nello zerosei; PNRR e politiche per l’infanzia e l’adolescenza, Futuro e sosteniblità. Sono temi importanti e certamente da affrontare e approfondire, ma personalmente inizio a pensare che si dibatta molto e poi poco si rosica; mi mancano, dopo tanti dibattitti, quegli slanci anche utopici che hanno costruito in alcuni decenni passati le forti lotte sociali e culturali per rendere concreti diritti ritenuti fondamentali.

E allora, inizio a guardarmi attorno per vedere se si profilano buone pratiche o almeno idee di buone pratiche, per capire se ci sono realtà e casi in cui, al di là delle parole, si profilino percorsi possibili per dire: si può fare.

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Ne cito allora velocemente tre, conosciuti da poco:

  • Disegno di legge presentato alla Provincia autonoma di Trento in cui si afferma che la Provincia stessa sostiene i comuni, anche in forma associata o attraverso le comunità, al fine di assicurare la gratuità e l’universalità del servizio di nido d’infanzia.
  • Regione Veneto: proposta di legge in cui si afferma che la Regione, nell’ottica della corresponsabilità educativa, della sussidiarietà e dell’evoluzione del concetto di scuola come bene comune di cui aver cura, riconosce alla comunità educante un ruolo strategico nell’attuazione del progetto educativo.
  • I primi due sono ancora lì, forse diventeranno legge, ma intanto affermano principi importanti e magari andrebbero concretamente sostenuti: invece, Comune di Bra (in Piemonte) approvato un patto educativo di comunità con l’intento di costruire una rete che impegni i firmatari in una maggiore assunzione concreta di responsabilità pedagogica, dando vita ad un contesto educante diffuso.

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Le idee per fare ci sono, e qualcosa si fa. Poi magari ci faremo un convegno, io qui continuerò nei prossimi numeri a portarvi qualche esempio. E se ne avete, facciamo cassa di risonanza.

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