
Cassandra

Nel momento in cui scrivo è in atto il dibattito in Parlamento sul bilancio dello Stato per il prossimo anno. E guarda caso, per stare nelle compatibilità economiche “di sistema”, si ritorna a contenere l’impegno verso nuovi nidi.
Il fatto credo sia risaputo: il piano strutturale di Bilancio di medio termine inviato a Bruxelles rivede i livelli essenziali delle prestazioni previsti con la legge di Bilancio 2022, ovvero la copertura del 33% dei servizi educativi per l’infanzia nei comuni italiani o almeno a livello di bacino territoriale. Adesso il 33% è diventato media nazionale e per le singole regioni il limite è fissato al 15%.
Val la pena ricordare che sul tema già qualcosa è successo nei mesi passati: non dimentichiamo infatti che erano stati tagliati 100.000 posti nei nidi e nelle scuole dell’infanzia rispetto agli obiettivi del PNRR iniziale (anche se solo in parte recuperati con finanziamenti successivi). Ma aggiungiamo un altro aspetto che finora poco è stato citato: ovvero i tagli agli Enti Locali (si parla di oltre un miliardo di euro entro il 2027) che certo ben influiranno sulla capacità dei Comuni nel sostenere le spese del sistema educativo.
Insomma, tagli e ridimensionamenti che sembrano portare a una conclusione: prendere atto della situazione in atto, cristallizzando la stessa nelle dimensioni oggi raggiunte. Cioè, mantenere quella diversificazione nella erogazione dei servizi educativi per la prima infanzia che ancora oggi determina una situazione ben conosciuta: dipende da dove nasci. E se anche alla fine si fosse tornati indietro (ma sempre mentre scrivo, dubito succederà) il tasto, di nuovo, è stato battuto e certamente si ribatterà.
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Il mondo educativo ha più volte richiamato l’importanza di percorsi di qualità e di creazione del sé in un contesto democratico, come anche ricordato dai recenti documenti di orientamento e di linee pedagogiche assunte a livello nazionale: ma se mediamente il 67 per cento delle bambine e bambini a livello nazionale e addirittura in alcune regioni l’85 per cento non li frequenta, dove stiamo andando a finire? Quale futuro ci attende? Al di là dei richiami governativi alle buone politiche per la maternità e l’infanzia (tutte da vedere!) ancora recentemente l’Istat ci ha ricordato dati per nulla confortanti: il 10,5% dei giovani continua ad abbandonare un percorso formativo dopo la licenza media, il 70,5% dei bambini/e e ragazze/i tra i 3 e 19 anni non è mai andato in biblioteca nel corso dell’anno, il 16,8% tra i 6 e 19 anni non ha mai usufruito di uno spettacolo fuori casa. Sono solo alcuni dei dati trattati dall’Istat, ma credo già bastino a farci comprendere come esista un vuoto di percorso culturale e democratico profondo e pericoloso. Per non parlare del 14 per cento di minori in povertà assoluta e del 13,5 per cento in deprivazione materiale e sociale specifica che vuol dire, per capirci, 1,3 e 1,13 milioni in numero assoluto; numeri e percentuali in aumento, tra l’altro, e non come potrebbe far credere una certa narrazione in atto.
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Dobbiamo rivendicare una politica che sappia rilanciare, e non restringere, gli interventi per l’infanzia, che non ritorni a decretare che si fa la mamma o si lavora, che denunci la denatalità come problema serio e non come soluzione per quadrare il rapporto tra domanda e offerta nei servizi, che esca dalla logica degli assegni una tantum e dei fringe benefit[1] per sostenere invece un’offerta pubblica utilizzabile da tutte e tutti in ogni piccolo appezzamento di terra nella nostra penisola.
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Nel recente Convegno nazionale del Gruppo Nidi e Infanzia un ben noto e conosciuto studioso dei servizi per la prima infanzia, l’inglese Peter Moss, ci ha ricordato una dimensione fattuale: in un contesto -come quello di oggi – di crisi complessiva del sistema l’istruzione, in tutti i settori, è stata profondamente colpita, oltre ad avervi contribuito: è stata sia vittima che complice. Per Moss per questo fatto e per contribuire a uscire dalla crisi si rende necessaria una svolta nell’educazione, dalla pratica tecnica come prima pratica (una caratteristica del neoliberismo) alla pratica politica come prima pratica, riconoscendo che l’educazione è sempre, prima di tutto, un discorso politico. Ciò significa formulare domande politiche sull’educazione e poi fare scelte politiche. In breve, ripensare l’educazione. Se la “scuola” (intesa nel suo più ampio percorso educativo) sembra essere oggi uno degli ultimi spazi pubblici in cui si può costruire la solidarietà intergenerazionale e il rispetto della diversità, diventa sempre più cogente, ci dice Moss, un cambiamento trasformativo nell’ambito di utopie reali.
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Ecco, allora: non basta voler difendere a tutti i costi quel che c’è e richiedere che funzioni. Bisogna oggi fare un salto in avanti, bisogna pensare che solo rilanciando si può ancora salvare quel che serve tenere. E ovviamente aprire nuovi orizzonti.
Credo che anche il pensiero pedagogico, facendosi pensiero educativo nel suo complesso, possa rispondere a una domanda che mi frulla in testa dopo qualche recente lettura: ma se invece di continuare a chiederci che “scuola” vorremmo, iniziassimo invece a chiederci quale società vorrebbe la scuola? Proviamo a invertire l’ordine degli addendi?
E’ forse anche questo ciò che Moss ci vuol dire quando richiama un pensiero di Loris Malaguzzi? “La nostra concezione della pedagogia è dinamica, non mummificata. O viene rifatta, ricostruita e aggiornata in base alle nuove condizioni dei tempi, o perde la sua natura, la sua funzione, la sua capacità di corrispondere ai tempi in cui vive, e soprattutto di prevedere, anticipare e preparare i giorni di domani” (Malaguzzi, 1969).
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Intanto, per finire almeno con una notizia “controcorrente”, un Convegno che ha cercato di rimettere la politica al centro c’è stato. Non lasciamo che tutto questo rimanga solo una eco dentro le sale di un teatro.
[1] Tra l’altro secondo una ricerca del 2023 di The European House Ambrosetti, nel 2022 con l’aumento della soglia di detassazione fiscale lo Stato avrebbe guadagnato quasi 50 milioni di euro. E dove sono andati?