
Cassandra

Mentre stavo per chiedermi cosa altro avrei potuto dire sull’attuale stato dell’arte dell’offerta educativa ho trovato un’inchiesta pubblicata su un supplemento di un noto quotidiano nazionale intitolata “I conti non tornano mai”. Una lettura delle difficoltà di molti nuclei familiari a sbarcare il lunario, ad arrivare a fine mese, oggi. E il sempre più rilevante fenomeno del cosiddetto lavoro povero: il lavoro c’è, ma il salario non basta, non aiuta a garantire una dignitosa qualità della vita. La prima intervistata è una mamma di due ragazzi di 12 e 17 anni, case popolari, padre dei ragazzi da tempo assente.
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E vedi un po’ il caso: educatrice in un asilo nido comunale, stipendio per 11 mesi (perché ad agosto il nido è chiuso), contratto per 48 mesi, poi alla scadenza non si sa che succederà. Cioè, ne deduco, una educatrice di cooperativa che gestisce un nido in appalto, con una scadenza di contratto ben precisa, che potrà perdere la nuova gara e che magari -anche se oggi persino il codice dei contratti per le gare lo prevede- non avrà le garanzie sociali per essere assorbita dal nuovo ente gestore.
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Ma non solo: li ha quei titoli che la nuova normativa si è inventata? È in possesso di quei requisiti che il neo albo professionale per le educatrici e gli educatori dei servizi educativi prevede per potere “esercitare il mestiere”?
Ne ho già parlato altre volte, ma adesso ci aggiungo la ciliegina: nella recente legge cosiddetta “milleproroghe” (è una legge che ogni anno viene adottata dal Parlamento e che spesso serve a mettere a posto cose rimaste in sospeso nell’anno o a rimandare decisioni su cui non si sono ancora trovati accordi adeguati, perché anche nella maggioranza checché se ne dica non sempre sono tutti d’accordo) le domande di iscrizione all’albo istituito dalla nuova legge ( e anche qui, giusto per rinfrescare la memoria, ricordo che si tratta della legge 15 aprile 2024 n. 55, e se non la avete ancora letta è meglio farlo subito) sono possibili fino al 31 marzo di quest’anno. E poi? Credo che questa data significhi una cosa ben precisa: questa è l’ultima occasione per iscriversi all’albo, poi chi è iscritta/o potrà continuare a lavorare, chi non lo è meglio si cerchi un altro mestiere.
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Quindi, stipendi da lavoro povero, titoli che magari a metà o quasi fine carriera vengono a essere non sufficienti; e poi, e ancora poi, ma il lavoro comunque ci sarà? Quale può essere il futuro in una situazione di perenne calo demografico, in cui il numero sempre più risicato di nascite già sta comportando una crisi nella domanda di servizi tra 3 e 6 anni, perché le scuole dell’infanzia hanno sempre meno bambine e bambini iscritti. In parte per scelte della famiglia (ne ho parlato nel precedente numero di questa rubrica); in parte appunto perché non si nasce più; in parte perché se la logica continua a essere quella del puro contenimento della spesa allora continuo a mantenere la stessa organizzazione didattica, non creo classi più piccole e non utilizzo la maggiore disponibilità delle risorse umane per un diverso impianto educativo, magari anche più coerente con la complessità dell’oggi.
E i nidi? Forse la nostra mamma nonché educatrice ha fatto ampio affidamento sui finanziamenti che dovevano arrivare con quel famoso PNRR: tanti nidi in più, in tutta Italia e soprattutto in quelle parti del paese dove ce ne sono di meno (può darsi che mi dovrò spostare, forse se va bene nella stessa Regione in cui già vivo, ma il bisogno è pur sempre una molla importante per giustificare il cambiamento).
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Ma anche qui abbiamo qualche problema. Perché non solo nel frattempo sono diminuiti i posti complessivamente finanziati, ma ancora oggi (ci dice un recentissimo focus prodotto dall‘ufficio del Parlamento che verifica costantemente l’andamento del bilancio statale) permangono incertezze sul conseguimento dell’obiettivo sia in termini quantitativi (150.480 nuovi posti da realizzare) sia temporali (giugno 2026); tant’è che nello scenario meno favorevole si potrebbero avere circa 26.000 posti in meno di quelli previsti.
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Anche qui tanti motivi, tra cui la difficoltà dei Comuni a tradurre in tempi e progetti di qualità l’aumento della offerta. Comuni che però raramente hanno avuto il supporto che uno Stato decisamente consapevole avrebbe dovuto dare: a partire da processi di accompagnamento nelle procedure in soccorso in particolare di chi, benemerito, si è lanciato in un percorso mai affrontato prima, ovvero costruire una offerta accessibile e di qualità. E senza dimenticare quelle risorse necessarie che sarebbero da mettere a disposizione non solo per costruire ma per gestire.
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Che fa invece il nostro Stato in questo frangente? Corre voce che stia per essere concluso il percorso per approvare il nuovo piano nazionale per la famiglia, che guarda strano caso parlerebbe anche molto di nidi e offerte educative. Il che potrebbe non essere di per sé una scelta sbagliata, anche se mancano ancora notizie sul piano per l’infanzia, che forse avrebbe qualche titolo in più per discettare sul caso.
Vuoi invece che l’infanzia stia tornando solo e a pieno titolo sotto l’ala protettrice della famiglia (e forse diciamolo con chiarezza di un certo tipo di famiglia) venendo meno quel “piccolo pensiero” che ha caratterizzato in questi ultimi anni la dimensione costitutiva dell’infanzia come soggetto autonomo di diritti e di processi?
Non voglio certo anticipare giudizi su un testo che magari in fase di stampa avrà significative correzioni; ma sempre alcune voci riferiscono che saranno identificate due strade maestre per risolvere tutte le questioni che abbiamo di fronte: il welfare aziendale e i nidi familiari.
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Il gioco è fatto: la nostra mamma educatrice dovrà sperare che qualche azienda decida dall’alto del suo illuminato impegno sociale di aprire un nido, anche se eventualmente con orari più coerenti con la produzione che al gioco della piccolina o piccolino, oppure che qualche famiglia si aggreghi (o lei cercherà di aggregare) per garantire un accudimento in uno spazio che si confida almeno idoneo per metratura e salubrità (di altre dimensioni non so quanto se ne potrebbe parlare).
Tuttavia, quello che mi ha colpito della narrazione della mamma e anche educatrice era un fondo di rassegnazione alle cose: cerco di campare garantendo il minimo indispensabile ai figli, qualche volta riusciamo a mangiare una pizza in pizzeria, di ferie non se ne parla proprio, il mese di agosto che sono a casa si vedrà se riesco a occuparmi in qualcosa.
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E non credo ovviamente sia un caso poco tipico e isolato. Oggi mi pare emerga sempre più con forza questo stato nel sentire e nel fare: la rassegnazione, il pensare che le cose stiano per forza così, che non sia possibile migliorarle e che dunque si debba trovare al massimo il modo per “stare” nel proprio posto in un contesto già dato. Una pericolosa assenza di prospettiva, anche solo di capacitazione a pensare che possa essere possibile qualcosa di diverso, che ci possano essere aspirazioni che vadano oltre quel che ci è destinato da qualcosa e da qualcuno che non pensiamo ci possa essere.
E così sbarchiamo il lunario con difficoltà, non ci chiediamo più di tanto che cosa stia succedendo nel paese e verso cosa si potrebbe andare, non ci chiediamo neppure se mai le bambine e i bambini di Gaza, quelli ancora vivi che tanti invece non la vedranno, avranno mai il piacere di giocare con l’acqua dei nuovi resort che cresceranno rapidamente sulla terra da cui rischiano di essere deportati.
Con questo spirito rischiamo, giornalmente, di fare aleggiare – in quegli spazi che ben altro dovrebbero essere e rappresentare- una accondiscendenza, una confort zone del non pensiero e del quieto vivere, una rassegnazione appunto del tutto funzionale a un modello sociale di sviluppo che sta lentamente imponendo i suoi modelli.
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Per questo, oggi da subito e più che mai dobbiamo rivendicare il rifiuto assoluto a ogni forma di rassegnazione: questo mi sembra il primo imperativo pedagogico che ci dobbiamo dare, per recuperare tutta la valenza politica di un pensiero educativo democratico e solidale.
E da qui ripartire.