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Coesione sociale, multidiversità e pedagogia laica

Luisa Zecca

Professore ordinario in didattica e pedagogia speciale


Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.

(Antonio Gramsci)

Ci sono numeri di una rivista che nascono dall’urgenza di un tema. Questo numero di ZeroseiUP nasce da un’urgenza ancora più profonda, e rischiosa: quella di prendere posizione.

La coesione sociale e l’inclusione delle multidiversità non sono parole da affidare alla retorica istituzionale o a una rassicurante grammatica della buona, caritatevole, convivenza civica. Sono questioni pedagogiche ed educative che coinvolgono, consapevolmente o no, il presente e il futuro del nostro patto sociale. Riguardano il modo in cui scegliamo di abitare lo spazio pubblico e lo spazio privato, di riconoscere le differenze, di costruire legami e di potere, di continuare a discutere e agire, soprattutto, per i diritti dell’uomo, dell’infanzia e dell’adolescenza. Per questo abbiamo scelto di porre al centro il Manifesto della Pedagogia laica, come un documento aperto al dibattito, una lente attraverso cui interpretare il nostro lavoro, la vita delle bambine e dei bambini, delle nostre comunità. Nella sua premessa il Manifesto richiama la preoccupazione per il riemergere di integralismi religiosi e ideologici, radicalismi identitari, nazionalismi e pulsioni autoritarie che attraversano la società contemporanea. Di fronte a questi fenomeni, la pedagogia laica rilancia il valore della libertà di pensiero, del dubbio, del pluralismo, del confronto critico e della dignità delle differenze.

Le parole fondamentali della convivenza democratica vengono progressivamente ridefinite, la sicurezza rischia di essere confusa con il controllo e con la punizione. La libertà di parola viene piegata a usi ideologici e selettivi. La stessa libertà di stampa, fondamento di ogni società democratica, è oggetto di crescenti preoccupazioni e richiami da parte delle istituzioni europee, che negli ultimi rapporti sullo stato di diritto hanno messo in evidenza le nostre criticità sul pluralismo dei media, l’indipendenza dell’informazione e la tutela del lavoro giornalistico. Mentre noi, ognuno dal suo osservatorio, con i più piccoli, con i professionisti, con chi si forma nelle università, lavoriamo perché ci si formi al dubbio, all’arte del saper fare domande, al formarsi un’opinione con la consapevolezza dei vincoli e delle trappole della comunicazione e dell’informazione. In questo scenario le diseguaglianze si estremizzano e si indebolisce la capacità collettiva di riconoscerle e contrastarle, e questa, come in cortocircuito, è la nostra “povertà educativa”. È la normalizzazione dell’esclusione. È l’dea che alcune vite, alcune storie, alcune differenze possano restare marginali, residuali, invisibili.

I contributi di questo numero ci parlano di altre possibilità. Diamo voce a servizi educativi che diventano presidi di giustizia sociale; scuole che costruiscono partecipazione e cittadinanza; professioniste e professionisti che vivono le diversità nell’ascolto e nella reciprocità; comunità che si interrogano sulle proprie pratiche per renderle più accessibili, inclusive. Raccontano il lavoro quotidiano di chi opera per contrastare segregazione e discriminazione. Raccontano la necessità di ripensare categorie e diagnosi quando rischiano di oscurare le persone. Raccontano soprattutto la forza delle relazioni.

Dalle riflessioni sulla partecipazione delle famiglie ai servizi 0-6 alle esperienze interculturali che alimentano comunità educative; dai percorsi di superamento della marginalità più profonde alle pratiche che mettono al centro l’ascolto, la ricerca, la cura, la corresponsabilità, emerge una convinzione comune: la coesione sociale non si produce per decreto, ma la formazione la orienta e la trasforma verso traiettorie mai del tutto prevedibili, assumendosi il rischio del tutto etico di scegliere, e intelligentemente di fare i conti, con le conseguenze dell’indifferenza.

Con la stessa onestà intellettuale con cui ci misuriamo con limiti e vincoli, riconosciamo alle migliaia di cittadine e cittadini, educatrici, insegnanti, assistenti sociali, medici, pedagogisti, operatori socio-sanitari e culturali, volontari e amministratori, l’interesse e la tensione a tenere insieme i tessuti fragili delle nostre comunità. La coesione sociale è infatti un processo dinamico, mutevole, denso di confini, non omologante e al contempo identitario di appartenenze.

In questo senso, riprendendo le parole di Gramsci, la pedagogia non può che essere una forma di partecipazione alla vita democratica, pratica di cittadinanza, scelta di campo.

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