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Vento europeo

Cassandra

Profetessa


 

La tanto vecchia, vituperata Europa, quella da cui per alcuni dobbiamo staccarci per difendere rigorosamente i nostri diritti e le nostre potenzialità, ogni tanto mi sorprende. Mentre da noi siamo alle prese con ripensamenti, ritorni a un supposto glorioso passato, cancellazioni e riscritture, quello strano agglomerato sorto un po’ di tempo fa anche per espressa volontà del nostro Paese continua – magari lentamente, ma continua – a macinare qualche pensiero interessante.

È stata da poco approvata una nuova Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea[1] che rivede gli obiettivi anche quantitativi fissati a Barcellona nel 2002 in merito all’offerta dei servizi 0 6 anni.

Mentre aspettiamo di capire se e come proseguiranno gli interventi governativi a garanzia di una seria e concreta attuazione del sistema integrato dell’educazione e dell’istruzione, la Raccomandazione ribadisce concetti e nodi così fondamentali che mi sembra utile richiamare per ricordarci alcuni possibili obiettivi. Non mi invento nulla: userò molto delle parole contenute nella Relazione. Quasi una trascrizione: parlano senza bisogno di troppi commenti.

Intanto, una dovuta premessa: ci ricorda il Consiglio che per “educazione e cura della prima infanzia” dovrebbe intendersi qualsiasi sistema regolamentato che offre educazione e cura dei bambini dalla nascita fino all’età della scuola primaria dell’obbligo, indipendentemente dalla struttura, dal finanziamento, dagli orari di apertura o dai contenuti curricolari, e comprende la cura dei bambini nei nidi e nei servizi in contesti domiciliari, i servizi a finanziamento pubblico e privato e i servizi prescolari e pre-primari.

Anche se si continua a ribadire l’importanza di uno strumento di conciliazione famiglia-lavoro, è comunque sempre più forte l’attenzione ai servizi educativi e di cura (quelli che nei documenti ufficiali troviamo con la sigla ECEC) per la loro funzione nel migliorare lo sviluppo sociale e cognitivo dei bambini e in particolare per quelli che versano in situazioni di vulnerabilità o provengono da contesti svantaggiati. Per questo, la Raccomandazione affronta anche altre dimensioni pertinenti ai fini del conseguimento degli obiettivi di Barcellona, ovvero la sostenibilità dei costi, l’accessibilità e la qualità dell’ECEC, invitando gli Stati membri a tenere conto dell’intensità della partecipazione dei bambini , favorendola con i propri interventi e riconoscendo in tal modo il diritto dei bambini e delle bambine a servizi a costi sostenibili e di buona qualità, alla protezione dalla povertà e il diritto di chi proviene da contesti svantaggiati a misure specifiche tese a promuovere le pari opportunità.

Non manca il richiamo alla constatazione anche scientifica che l’offerta di ECEC di qualità svolge un ruolo cruciale nel migliorare lo sviluppo cognitivo, sociale e educativo sin dall’infanzia e che questi miglioramenti si traducono spesso in risultati di apprendimento e prospettive di lavoro migliori nelle fasi successive della vita. Dunque, si sta parlando di uno strumento fondamentale per contrastare le disuguaglianze, affrontare eventuali situazioni di svantaggio sociale e promuovere pari opportunità.

Ancora due richiami interessanti. Il primo, quando la Raccomandazione fa presente come oltre a investire nell’ECEC, numerosi Stati membri abbiano già introdotto un diritto legale ad usufruire di tali servizi, mentre altri hanno reso obbligatoria la partecipazione all’educazione prescolare, in particolare durante l’ultimo anno prima della scuola primaria. Tra i sette Stati membri che hanno introdotto un diritto legale a un posto nell’ECEC per i bambini sin dalla più tenera età (6-18 mesi), l’Italia ovviamente non c’è.

Il secondo: i lavoratori del settore, che sappiamo essere soprattutto donne, affrontano spesso condizioni di lavoro difficili e prospettive di carriera limitate. Il miglioramento delle condizioni di lavoro presuppone un dialogo sociale rafforzato, retribuzioni adeguate e opportunità di miglioramento del livello delle competenze e di riqualificazione. La promozione di condizioni eque di lavoro per il personale dell’ECEC dovrebbe contribuire ad attrarre e trattenere i lavoratori (sia uomini che donne) nel settore e potrebbe anche concorrere ad affrontare la segregazione di genere ponendo così rimedio alle carenze di personale registrate in numerosi paesi. Dunque, miglioramento delle condizioni di lavoro e delle prospettive di carriera, retribuzioni adeguate, opportunità regolari di miglioramento delle competenze e di riqualificazione, elaborazione di strategie creative di assunzione fino all’invito a diversi gruppi sottorappresentati affinché cerchino un’occupazione nel settore dell’ECEC come –ci dice sempre il Consiglio Europeo- nel caso degli uomini o di persone provenienti da vari contesti culturali, ad esempio i migranti e i rifugiati.

La strategia dell’UE in sostanza consiste nell’offrire ai minori di età nell’Unione europea e in tutto il mondo la migliore vita possibile rafforzando la loro partecipazione alla società e soddisfacendo i loro diritti in linea con la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Per questo, quando investono in questi servizi, gli Stati membri dovrebbero tenere conto di una serie di dimensioni che vanno oltre la mera disponibilità di posti, quali l’intensità della partecipazione, la percentuale di bambini a rischio di povertà o di esclusione sociale che partecipano nonché l’accessibilità, la sostenibilità dei costi e la qualità dei servizi di assistenza forniti. In merito a quest’ultima dimensione, sebbene non esista un modo univoco di definire e misurare il concetto di qualità nelle strutture ECEC, la sua essenza, ci dice l’Unione Europea, risiede nella qualità dell’interazione tra adulti e bambini, indipendentemente dal sistema ECEC messo in atto. In questo contesto, andrebbero tenute in debita considerazione le qualifiche e le condizioni di lavoro del personale, il programma di formazione pedagogica e la formazione continua, il monitoraggio e la valutazione, la governance e i finanziamenti, il rapporto tra numero di addetti e numero di bambini.

Per rendere accessibili i servizi ci vogliono anche infrastrutture adeguate, capacità di accoglienza e orari di apertura disponibili, così come l’adattamento ai bisogni speciali dei genitori fino all’assistenza nel completare procedure amministrative complesse. La mancanza di consapevolezza in merito ai diritti dei genitori e dei bambini per quanto concerne l’ECEC e alla rilevanza di quest’ultima per i risultati scolastici futuri costituisce un ulteriore ostacolo alla fruizione di tali servizi e quindi l’informare i genitori correttamente ed esaurientemente può favorire l’assunzione di decisioni ben ponderate sulle opzioni in materia.

 

Infine, è ben presente nella Raccomandazione come gli Stati membri dovrebbero garantire che i costi dei servizi ECEC siano commisurati al reddito delle famiglie e non costituiscano un ostacolo alla loro fruizione, individuando come soluzione per garantire l’offerta adeguata di servizi accessibili, a costi sostenibili e di alta qualità, la determinazione di un diritto legale all’ECEC, in forza del quale le autorità pubbliche garantiscono un posto a tutti i bambini i cui genitori lo richiedano, indipendentemente dal loro stato di occupazione, dalla loro situazione socioeconomica o dal loro stato civile.

E quindi ecco alcuni dei nuovi obiettivi del dopo Barcellona:

  • entro il 2030 almeno il 45 % dei bambini di età inferiore ai 3 anni e almeno il 96 % dei bambini di età compresa tra i 3 anni e l’età di inizio dell’istruzione primaria obbligatoria dovrebbero partecipare all’ECEC, per almeno 25 ore settimanali;
  • predisporre misure per consentire e aumentare la partecipazione all’ECEC dei bambini provenienti da contesti svantaggiati, compresi i bambini a rischio di povertà o di esclusione sociale e i bambini con disabilità o con bisogni speciali e colmare il divario di partecipazione tra i bambini a rischio di povertà o di esclusione sociale e la popolazione complessiva dei bambini;
  • assumere quadri nazionali di riferimento per la qualità che prevedano rapporti adeguati tra numero di addetti e numero di bambini e gruppi di dimensioni consone, nonché un sostegno alla professionalizzazione di tutto il personale del settore, anche aumentando il livello richiesto di formazione iniziale e garantendo lo sviluppo professionale continuo attraverso opportunità adeguate di formazione permanente;
  • distribuire adeguatamente l’offerta di servizi ECEC nelle zone urbane e rurali, nei quartieri e territori ricchi e in quelli svantaggiati, anche in relazione alla densità della popolazione infantile, la distribuzione dei minori per fasce di età, assicurando la piena coerenza con i principi di desegregazione e non discriminazione e agendo in stretta collaborazione con le autorità locali e regionali;
  • gli Stati membri dovrebbero garantire che il costo netto di tali servizi sia ragionevolmente commisurato ad altre spese familiari e al reddito disponibile, prestando particolare attenzione alle famiglie a basso reddito;
  • gli Stati membri dovrebbero introdurre un diritto legale all’ECEC. Nel determinare l’età iniziale per beneficiare di tale diritto legale, gli Stati membri dovrebbero tenere conto della disponibilità e della durata del congedo familiare adeguatamente retribuito, mirando ad evitare interruzioni tra la fine di tale congedo e l’inizio dell’ECEC;
  • gli Stati membri dovrebbero provvedere affinché i genitori siano consapevoli dei loro diritti, compreso, ove applicabile, il diritto a disporre di un posto in una struttura ECEC, tenendo presente che tradizioni e contesti di provenienza diversi potrebbero influenzare la conoscenza, la percezione e la fiducia in merito al sistema;
  • gli Stati membri dovrebbero garantire condizioni di lavoro eque per il personale del settore, in particolare promuovendo il dialogo sociale e la contrattazione collettiva e sostenendo la fissazione di retribuzioni attraenti, migliorando l’istruzione e la formazione iniziale e continua, creando percorsi professionali anche tramite servizi di miglioramento delle competenze, di riqualificazione e di informazione, oltre che di orientamento;
  • gli Stati membri dovrebbero promuovere una governance solida ed efficace delle politiche nel settore dell’educazione e cura della prima infanzia, in particolare garantendo una stretta cooperazione tra le differenti istituzioni che si occupano della definizione delle politiche educative e dei relativi servizi.

 

Non li ho citati tutti questi nuovi obiettivi, ma credo che quelli richiamati siano sufficienti a segnare un livello di attenzione e di consapevolezza su cui seriamente ragionare e lavorare.

A questo punto mi sorge spontanea una sola domanda per un obiettivo concreto: le Raccomandazioni sono inviti agli Stati membri dell’Unione e per questo non automaticamente vincolanti. Non per questo uno Stato dovrebbe disconoscerle o non tenerne conto. Il nostro Governo e il nostro Parlamento si impegnano rapidamente ad assumerle come atto fondamentale di indirizzo?

Attendo risposte e intanto respiro almeno un po’ quest’aria europea.

 

 

[1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32022D0484&from=ES

Raccomandazione del Consiglio del 8 dicembre 2022 in materia di educazione e cura della prima infanzia: obiettivi di Barcellona per il 2030 2022/C 484/01

 

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