Login
Registrati
[aps-social id="1"]

Uno spaccato della società matrigna.
I bambini soli o a mezzadria

Loris Malaguzzi

Pedagogista

Battista Quinto Borghi

Pedagogista


Loris Malaguzzi aveva ben chiaro in testa che “fare pedagogia” è “fare politica”.

Alla pari di Bruno Ciari (ma anche indubbiamente da un lato di Antonio Gramsci e dall’altro di Paulo Freire) la sua convinzione radicata era quella di considerare l’educazione come strumento per la trasformazione sociale (da qui la sua grande attenzione fattiva e coerente con i figli della classe subalterna di memoria gramsciana) per puntare al rinnovamento, alla crescita e alla equità sociale.

Da qui l’attenzione costante al territorio, alle famiglie, alla comunità locale e all’offerta di uguali opportunità per tutti. La scuola dell’infanzia di Loris ha un’evidente funzione emancipativa, tesa a ridurre per quanto possibile i gap di partenza e gli ostacoli sociali di tutti coloro che sono tenuti ai margini (compresi quindi i bambini). Da qui, perciò, l’ampio progetto di riscatto che caratterizzerà la sua esperienza pedagogica e da qui anche la penna ironica e corrosiva contro i potenti e contro i distratti nei confronti degli ultimi e quindi dell’infanzia.

Il contributo che proponiamo in questo numero può apparire datato perché fa riferimento a situazioni sociali e dati che sono lontani rispetto al nostro tempo. Ciò che però è indubbio interesse anche di oggi è l’accurato lavoro di analisi che Malaguzzi mette a punto per argomentare la sua critica e per legittimare la sua indignazione.

Battista Quinto Borghi

 

Ci sono fatti e notizie che inciampano. E ti fanno inciampare. Nel senso di interrompere – come dire – quel tanto di inerzia o fissità delle tue riflessioni, eccitandole verso altre direzioni[1].

Due sono i fatti inciampanti: i dati ISTAT 1985 e un articolo di commento, intensamente scritto, di Anna Del Bo Boffino.

I dati penetrano nel pianeta bambini, quello che resta visto il calo della natalità. Un pianeta su cui il silenzio e il disinteresse sono coltivati con la stessa cura con cui a S. Remo si allevano i fiori nelle serre. Segno che il fenomeno è grosso e pesante. Da rimuovere.

Quanti sono i bambini al di sotto dei dieci anni? 7 milioni e 400 mila. Di questi, 6 milioni e 900.000 vivono a mezzadria tra una scuola sempre più corta, una famiglia dai tempi corti e affidi che durano ore o mezze giornate.

Attenzione agli affidi: per il 40% ai nonni, per il 7% alle zie, per il 2,5% a vicini di casa, per il 3,3% ad adulti retribuiti. In sostanza solo 500.000 bambini (dei 7 milioni e 400.000 mila) sono tutelati appieno e stanno a scuola o con la mamma o il papà.

Non è finita, il 35% dei bambini vive parte di ogni giorno senza tutela di adulti o di istituzioni. La tutela, quella che può immaginarsi, è affidata a sorelle, fratelli, coetanei forse con qualche anno in più.

Anche i piccolissimi? Il dato fa paura: il 32% dei piccolissimi, al di sotto dei due anni, risulta in custodia, presso altri piccoli.

La statistica dà solo un fenomeno quantitativo.

Vicende, stati d’animo, condizioni esistenziali e psicologiche, rischi, invivibilità, angosce e interrogativi sono di una qualità tutta da immaginare. E se l’immaginazione ci aiuta riusciremo a capire per un verso quanta realtà viva o sopravviva sommersa e sotterranea, quanti drammi e problemi vivano famiglie e bambini, quante cose stiano cambiando e quante se ne stiano ferme e, per altro verso, quante siano la distanza, la disinformazione, la imprevidenza, la irresponsabilità con cui questo tipo di società ci educa a convivere.

Anna Del Bo Boffino grida allo scandalo e si chiede dove stia andando quell’amore in più (l’amore materno) scovato nell’800 dalla Badinter e come possano coniugarsi il destino delle donne e quello dei bambini e come i temi dell’emancipazione della donna possano convivere con situazioni familiari che sequestrano con tanto rischio le psicologie affettive e di sicurezza di tanta parte di minori.

Ciò che manca dai dati ISTAT è la distribuzione geografica dei bambini: ma può presumersi che essa non graviti solo nelle grandi città.

Il richiamo agli asili nido e alle scuole materne è d’obbligo. Sono le uniche istituzioni che fanno fronte al problema. Ma i nidi (tra pubblici e privati) vi fanno fronte per non più del 6/7% e fuori della materna resta ancora il 26% dei bambini. Appariranno sempre più evidenti la fuga e l’esonero della ragione da parte della società italiana e quanto sia grave la latitanza del mondo delle donne e degli stessi, più politicizzati, movimenti femminili. Anche perché il fenomeno dei bambini soli (in una situazione come la nostra dove solo il 28% delle donne lavora) non potrà che aggravarsi con l’aggravarsi parallelo della condizione femminile.

Mentre il mercato assorbe solo il 28% delle donne c’è il 53% delle ragazze che sta studiando. In quarant’anni le ragazze che sono all’università sono passate dal 13 al 50 e passa per cento e tra breve l’onda si farà sentire.

Che questo avvenimento scorra senza che nessuno dia una voce, è un fatto. Un altro fatto, sempre più pregnante di conseguenze, è che la forbice si allarga tra maternità, figli e lavoro aprendo lacerazioni e contraddizioni che rientrano nello sgomento, oltre che nostro, di Anna Del Bo Boffino.

Da quest’ultima forbice e dallo spaccato che ci dà misure – fin qui non sufficientemente sentite – di un dissesto della società per quanto riguarda famiglie e bambini, proviamo ad estrarre alcune proposizioni che, assottigliando i temi, possono costituire punto di riflessione per chi lavora nei settori istituzionali (pubblici e privati) che hanno a che fare con la prima e la seconda infanzia:

  • le politiche dell’infanzia mostrano crepe e indifferenze di significativa irresponsabilità
  • le politiche dell’infanzia vanno parallele con quelle della famiglia, della maternità, del lavoro
  • nidi e scuola dell’infanzia, uniche istituzioni esistenti, rappresentano una copertura provvida ma nettamente insufficiente: terribilmente irregolare, dispersa e isolata specie per quanto riguarda il nido
  • la loro esistenza, sopravvivenza, funzione è intristita dalla flaccidità e inconsistenza di molte politiche regionali e comunali
  • le stesse politiche sindacali continuano a inseguire l’esistente ma non l’inesistente: l’esistente, per di più, disgregato e incapace di vedere in simultanea i problemi degli operatori, dei bambini, delle famiglie moltiplicando difficoltà e contraddizioni
  • l’irrisoluzione dei problemi della finanza locale si disegnano come una minaccia costante contro ogni tentativo di intervento programmato nei confronti dell’infanzia e delle istituzioni infantili
  • di fatto le istituzioni infantili sono sovraccariche di tensioni che stanno logorandole e indebolendo proprio nel momento in cui si acutizzano i problemi, i bisogni e le attese dei bambini e delle famiglie
  • in una carenza di presenze e iniziative politiche e culturali il discorso subisce paradossali contrazioni: ad esempio si disputa con eccedenza sulla flessibilità e morbidezza del nido come se fosse un elastico o un sofà, anziché (riconfermate le sue flessibilità e morbidezza) disputare sulla necessità improrogabile di affiancargli tipologie istituzionali diverse. Non si disputa affatto sulle inadempienze della scuola materna appare evidente, con o senza lo scenario ISTAT, che lo sforzo più grosso del nido è sempre stato e oggi ancora, quello di promuoversi sempre più come baricentro ecologico dove bambini, famiglie e operatori trovano il piacere di conoscersi e di darsi una mano e di affrontare i bisogni, i problemi, gli obiettivi in reciproca fiducia. E il tratto fondante del nido che si fa premiando la ragione. Non certo la ragione delle tassonomie, dei curricoli, delle unità didattiche, ecc.; come da qualche parte si teorizza, che anche solo onomatopeicamente alzano più che paure, intelligenti sarcasmi da parte dei piccoli bambini.

Sarcasmi eufemistici che debbono essere intelligentemente avvertiti dagli adulti – soprattutto quelli distratti – che in modi diversi lavorano nelle istituzioni con i bambini. Rientra invece, con preminenza, il tema (il tratto più ecologico della ecologia del nido) della partecipazione e della gestione sociale.

Anche questo un grande segno della ragione e della razionalità pedagogica, forse troppo distanziato dagli obiettivi e dalle dispute teoriche e pratiche in corso.

Un segno che riassume tutto il lucido, documentato e appassionato discorso che Bronffenbrenner ci ha regalato ad Ancona, discorso ribadito attraverso le pagine di un suo libro di recente apparso.

 

[1] In “bambini”, marzo 1987, pp. 4-5.

 

Lascia un commento