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Se il buon giorno si vede dal mattino… non va tanto bene

Cassandra

Profetessa


Come dice il noto proverbio, il buon giorno si vede dal mattino. E allora ho provato a capire, ampliando un poco il concetto di giornata, se dal “mattino” del nuovo anno si potesse avere qualche indicazione su cosa succederà nei prossimi mesi.

E guarda un po’, tra le prime notizie apprendo che è stato cancellato il credito di imposta alle fondazioni bancarie, quel fondo che aveva permesso di avviare interventi per il contrasto alla povertà educativa, di cui noti a chi del mestiere sono quelli di “Con i bambini”. Progetti senz’altro in parte perfettibili, ma che hanno garantito negli anni un ampio spettro di interventi, di cui almeno alcuni significativi e importanti.

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Chiara Saraceno, con suoi interventi sui giornali nazionali, ha sottolineato come si stia perdendo un’occasione per capitalizzare l’esperienza maturata e mettere a regime azioni efficaci su tutto il territorio nazionale. Una scelta peraltro opposta allo stesso “modello Caivano”, più volte richiamato dal Governo, che si dovrebbe invece proprio organizzare sulla cooperazione tra scuola, parrocchie, associazioni e servizi sociali per offrire opportunità educative ai bambini. Insomma, circa mezzo milione di bambine, bambini e adolescenti che sono stati convolti nei progetti in questi anni ora sono magicamente non più in sofferenza e fragilità. Spariscono le povertà educative, perché ora ci sono i bonus, l’assegno unico universale, il welfare aziendale e un poco di congedi parentali: e dunque la famiglia ha tutti gli strumenti per farcela da sola.

Se poi non ce la fa, non è certo colpa del contesto territoriale in cui vive, della possibile carenza dei servizi, di un lavoro che forse tarda ad arrivare o magari di stipendi con cui non arrivi a fine mese. Hai il bonus e se sei in povertà di chissà quale tipo è solo colpa tua; la povertà non esiste, ognuno utilizzi bene quella manna che dal cielo ogni anno scende per portare risorse e serenità.

E dato che il contesto sociale, economico, educativo e culturale sta così ben cambiando, allora anche i Comuni, questi incredibili spendaccioni, è bene che si mettano in testa di non continuare in spese superflue. Così, nel nuovo bilancio dello Stato, per gli anni 2025-2029, troviamo un bel taglio delle spese di parte corrente (quelle per capirci con cui paghi gli stipendi, per esempio, per nuove educatrici o con cui investi soldi per pagare la gestione dei nidi affidati al terzo settore) di oltre 2 miliardi.

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Ma dato che i Comuni non solo spendono per erogare interventi o servizi, ma a volte investono per esempio per costruire nuove strutture (vedi un po’) anche di tipo educativo, ecco allora una bella riduzione di fondi destinati al finanziamento di investimenti per circa 3,2 miliardi di euro nel quinquennio 2025-29 oltre ad ulteriori 5 mld. di euro nel periodo 2030-37, e così arriviamo a un totale complessivo di 8,2 mld. di euro.

E non dimentichiamoci dei tagli del PNRR sui nidi d’infanzia, di cui ho già detto nei mesi passati. Peraltro, i bambini che nascono sono sempre meno e allora perché impegnarsi tanto verso un numero che sempre più diminuirà? Aiutiamo piuttosto gli anziani a curarsi a casa loro e in piena autonomia che il servizio sanitario è già così oberato di richieste che è meglio non intervenire o al massimo mandare chi ha bisogno in quel bel mercato concorrenziale e per questo super efficiente della sanità privata.

Anche in questo caso sembra adombrarsi un bel pensierino: dato che abbiamo già dato in altro modo, e dato come ci dimostra Musk che basta la fantasia e l’impegno per venirne fuori, allora i Comuni si limitino a gestire qualche servizio essenziale (tipo l’anagrafe, la raccolta rifiuti, un poco di vigilanza locale) e il resto sia lasciato a quei servizi privati che oggi sembrano riprendersi così bene e con tanta lena.

(che poi se si va a leggere un poco la sua storia, non pare proprio che Musk sia stato tanto lontano dai fondi pubblici).

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E allora ancora un bel quadretto. Ci dice l’Istat “nel complesso delle città metropolitane gli iscritti nelle scuole dell’infanzia o al primo anno della primaria rappresentano il 93,4%”; che se “I livelli di partecipazione più elevati si confermano nelle città metropolitane di Napoli e Bari (oltre 98% nell’anno scolastico 2021/2022; sarà mai un caso vista la carenza dei servizi per la primissima infanzia?) si ferma all’87,3% a Roma, seguita da Milano (90,7%) e ancora: “nei comuni capoluogo, il 91,4% dei bambini di 4-5 anni è iscritto nelle scuole dell’infanzia o al primo anno delle scuole primarie, una quota inferiore di circa tre punti percentuali rispetto ai territori sub-urbani”.

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Insomma, anche nella scuola dell’infanzia, quel caposaldo educativo per cui: “si va beh, non va al nido perché è così piccolina/o, ma poi c’è la materna e lì impara a conoscere altri bambini” la frequenza inizia a vacillare, non solo perché i piccoli sono sempre meno, ma perché da quel servizio ( anche dove quel servizio è meglio organizzato e con un sistema educativo coerente e di qualità) qualche famiglia si ritrae. Per i ricchi meglio la tata o la scuola parentale? Per altri un affievolirsi di quel sentire sociale e culturale che ha accompagnato negli anni scorsi il valore dei servizi educativi?

Ho citato, tra tante altre che si potrebbero richiamare, tre dimensioni di un panorama complessivo che mi pare si stia ritagliando con sempre maggiore chiarezza: una attenzione verso l’infanzia che sempre più sembra rientrare in un ambito meramente parentale, dove il diritto ad una educazione accessibile e di qualità non è più letto come una dimensione fondamentale dello sviluppo dei bambini e delle bambine, ma come questione legata alla possibile problematicità dell’adulto. E che quindi richiede altri e diversi strumenti di intervento.

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Il tutto, in un silenzio del mondo educativo che mi pare assordante. La “bella” notizia è che a Taranto sono diventati pubblici i dissensi verso la privatizzazione dei nidi comunali. Sul merito, ne palerò prossimamente, ma almeno ci si è mossi, senza trincerarsi dietro uniche e improduttive parole. La “piazza” è tornata ad esser un luogo in cui ogni tanto far pesare la propria presenza. E nel suo piccolo, è già una buona cosa.

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