
Intervista a Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale
a cura di Ferruccio Cremaschi
Quella che segue è un’intervista a tutto tondo a Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale. Un dialogo ampio, pensato non tanto per esaurire i temi, quanto per aprirli: per offrire una chiave di lettura complessiva delle politiche educative che Roma sta costruendo, a partire dall’infanzia, e che meritano uno sguardo attento e progressivo.
L’intervista attraversa nodi strutturali – la complessità urbana, il sistema educativo 0-6, il rapporto tra tempi della città e tempi dell’infanzia, l’innovazione pedagogica, l’inclusione, la dimensione pubblica dell’educazione – con l’obiettivo di delineare un orizzonte di senso e di metodo. Non una rassegna di singoli progetti, ma il racconto di un modello in costruzione: quello di una città che prova a riconoscersi come comunità educante e a fare dell’educazione una leva di cittadinanza, coesione e futuro.
I temi qui solo accennati – dalla governance del sistema educativo alle pratiche pedagogiche, dalla formazione del personale alle politiche interculturali – saranno approfonditi nei numeri successivi. Questo primo incontro vuole essere dunque una soglia di accesso: un invito a entrare nel laboratorio pedagogico che Roma Capitale sta avanzando, con tutte le sue complessità, contraddizioni e possibilità.
1. Roma come città laboratorio: ricerca, innovazione e comunità di pratica
Assessora Pratelli, Roma viene spesso descritta come una città complessa e difficile da governare. Eppure, nel campo educativo, sembra stia emergendo una vivacità diversa. Qual è l’idea di fondo?
Roma è una città reale e imperfetta, attraversata da trasformazioni rapide e fragilità profonde. Ma allo stesso tempo è un organismo pulsante: vitale, dinamica, piena di risorse, costantemente ridefinita dai flussi e dalle contaminazioni che la contraddistinguono. È proprio in questa tensione che pensiamo possa diventare un laboratorio di ricerca e sperimentazione pedagogica.
Ci siamo approcciati all’innovazione educativa non attraverso l’introduzione di modelli esterni o la somma di progetti separati. La nostra postura si fonda su uno sguardo doppio: da un lato, la disponibilità a interrogare l’esistente, a rimettere in discussione pratiche consolidate e a leggere ciò che accade nella società come fonte di apprendimento collettivo; dall’altro, puntiamo alla valorizzazione della memoria e dell’esistente. Roma custodisce un patrimonio di esperienze educative straordinarie, spesso nascoste o isolate. Il nostro compito è farle emergere e metterle in circolo: vogliamo che nidi e scuole dell’infanzia possano entrare in un dialogo costante, in uno scambio di pratiche ed esperienze. È questo che intendiamo fare: sollecitare il sistema educativo e scolastico come una vera comunità di pratica che si interroga, guarda avanti, fa ricerca.
Quali azioni avete messo in campo per rendere Roma un laboratorio pedagogico?
Questo laboratorio si sta nutrendo di azioni concrete grazie a iniziative di conoscenza e formazione. Penso ai viaggi studio in altre città e Paesi – Reggio Emilia, la Svezia, Trento, Pesaro – che sono stati momenti di confronto nati dal bisogno di aprire il sistema al dialogo e mettere in circolazione pratiche, domande e linguaggi nuovi.
Penso anche alla prima edizione di “EduFestival – Il Festival dell’Educazione 0-6 anni” dello scorso ottobre, pensato come un “tempo sospeso” e un luogo di incontro tra educatrici, insegnanti, università, famiglie e territorio. È stata una due giorni intensissima di lectio magistralis, workshop e dibattiti, nata proprio per favorire la contaminazione tra accademia e fare educativo, restituendo senso e direzione al lavoro quotidiano attraverso la riflessività e l’apprendimento collettivo.
Anche il lavoro che ci apprestiamo a fare sugli spazi esterni e sull’utilizzo di materiali destrutturati ci consente di rafforzare l’idea di una didattica che non sia preimpostata, ma favorisca l’esplorazione e la sperimentazione.
In questa stessa cornice si inserisce la scelta di garantire a tutti i nidi e le scuole dell’infanzia della città l’accesso alla rivista Zeroseiup. Non un adempimento formale, ma un investimento culturale e un riconoscimento del valore del pensiero educativo condiviso, per tenere sempre aperto il dialogo tra pratiche quotidiane, ricerca pedagogica e visione pubblica dell’educazione.
2. La città vista dai servizi: contrasto alle disuguaglianze e diritto universale
Lei parla spesso di guardare Roma attraverso la lente dei servizi educativi. Cosa vede da questo osservatorio?
I servizi educativi sono un luogo privilegiato di osservazione della città e ci permettono di leggerla e comprenderla a fondo rispetto alle grandi questioni e alle connotazioni della nostra contemporaneità. Rappresentano un osservatorio formidabile per la loro numerosità e capillarità, perché agganciano moltissime famiglie e mobilitano tanto personale: parliamo di circa 50.000 bambine e bambini tra i 396 nidi – tra gestione diretta e sistema convenzionato – e le 315 scuole dell’infanzia comunali, animati ogni giorno dalla professionalità di oltre 7.000 tra educatrici, educatori e insegnanti.
Ma soprattutto, nidi e scuole ci permettono di entrare nel vivo delle esistenze quotidiane delle famiglie e delle loro caratteristiche peculiari. In questi luoghi emergono in modo prorompente le grandi sfide del nostro tempo: l’inclusione di bambine e bambini con bisogni educativi speciali o con background migratorio. Emerge anche la solitudine delle famiglie e la profondità delle diseguaglianze sociali, territoriali e di genere.
Eppure, in questo scenario di contraddizioni, si vede un’effervescenza sociale e culturale fatta di partecipazione e cittadinanza attiva, come dimostra ad esempio la vivacità dei comitati dei genitori.
I servizi 0-6, infatti, sono il primo spazio pubblico vissuto da bambine e bambini dove prende forma l’idea stessa di cittadinanza. La domanda che ci guida è chiara: perché è prioritario investire sullo 0-6? Perché è lo strumento principe per contrastare le diseguaglianze fin dai primi anni di vita.
In una città che corre, dove il tempo dell’infanzia rischia di essere compresso e reso funzionale ad altre esigenze, noi scegliamo di abitare la complessità urbana offrendo più opportunità.
Per questo abbiamo aperto 13 nuove strutture per quasi 800 posti ulteriori e ne inaugureremo almeno altre 10 entro il 2027, grazie anche ai fondi PNRR. Inoltre, fin dall’insediamento abbiamo lavorato per un’accessibilità sempre maggiore ai servizi – abbattendo le rette per i nidi, ampliandone gli orari di apertura e predisponendo un meccanismo di iscrizione continua – e abbiamo anche investito sul personale, espressione di qualità e professionalità eccezionali, sulla stabilità dei gruppi educativi, sulla continuità delle esperienze virtuose, oltre che sul rafforzamento delle reti territoriali e dei coordinamenti pedagogici. Un investimento sulle basi, insomma, che più sono solide più sono capaci di sorreggere innovazione pedagogica.
A Roma abbiamo già superato gli obiettivi UE di Barcellona del 2030 e siamo già capaci di offrire posti nido a oltre il 45% di bambine e bambini nella fascia 0-3 anni. Siamo fieri del nostro lavoro, ma non è ancora abbastanza. La vera sfida è affermare lo 0-6 come un diritto universale, non un semplice servizio a domanda individuale: su questo, però, serve finalmente una scelta politica nazionale, come fu l’obbligo scolastico in Costituzione, che oggi deve aggiornarsi con l’accesso universale e gratuito all’educazione nei primi anni di vita. Significa garantire investimenti ordinari che garantiscano un posto a ogni bambina e a ogni bambino in ogni città. Dall’educazione si vede la qualità di una democrazia. E su questo la politica verrà misurata negli anni a venire.
3. Abitare le differenze: inclusione, intercultura, affettività e politica di pace
Lei ha parlato della scuola come luogo in cui si impara a stare nelle differenze. In un mondo segnato da conflitti e frammentazione, che valore assume oggi l’educazione nei servizi di Roma Capitale?
Nei servizi 0-6 romani la differenza non è un’eccezione, ma una condizione quotidiana. Lingue, culture, appartenenze e bisogni differenti abitano gli stessi spazi. Abitare queste differenze significa riconoscere ciascuno come parte della comunità. Le differenze devono diventare una risorsa per tutti. È qui che l’educazione nell’infanzia rivela con più forza la sua dimensione pubblica: imparare fin da piccoli a stare nelle differenze è una base fondamentale per una convivenza possibile. In questo senso, l’educazione 0-6 è anche una vera politica di pace.
Vorrei citare alcuni esempi di azioni messe in campo che vanno in questa direzione. Il progetto “Tuttomondo”, iniziativa di educazione interculturale e di mediazione culturale e linguistica di prossimo avvio, così come i progetti sull’inclusione delle bambine e dei bambini con disabilità, nati dalla volontà di costruire contesti educativi inclusivi.
Stiamo portando avanti progetti cruciali in collaborazione con le Università, come il progetto “Seminare Salute Mentale” o il progetto d’inclusione con il CRUL (Comitato Regionale delle Università del Lazio), per costruire contesti in cui nessuno resti ai margini. Vogliamo superare l’idea di BES (Bisogni Educativi Speciali) per arrivare a quella di diritti educativi speciali, investendo anche sulla salute mentale come base solida per il futuro.
Un altro pilastro fondamentale è stata l’educazione all’affettività e alle relazioni. Abbiamo promosso una formazione triennale al personale centrata sulla decostruzione degli stereotipi di genere. Dobbiamo rompere quei cliché del “non piangere come una femminuccia” o “non fare il maschiaccio”, che ancora oggi condizionano la crescita. Come scriveva Elena Gianini Belotti in Dalla parte delle bambine: «Le radici della nostra individualità sono profonde e ci sfuggono perché non ci appartengono, altri le hanno coltivate per noi, a nostra insaputa». La nostra sfida è far sì che bambine e bambini possano diventare tutto ciò che desiderano, senza essere intrappolati in aspettative e ruoli predeterminati dagli adulti.
4. Comunità educante. «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio»
In una metropoli come Roma, come si costruisce un senso di comunità attraverso i servizi per l’infanzia?
Roma è spesso una città di arrivo, non di nascita. Quella “famiglia lunga” che storicamente supportava i genitori oggi spesso non esiste più; le famiglie sono più sole, frammentate e talvolta più ansiose. Contemporaneamente, e per fortuna, le donne lavorano più che in passato sotto la spinta di una trasformazione sociale che, pur con troppe resistenze, è inarrestabile.
I luoghi dell’educazione rispondono a tutto questo, diventando indispensabili sul piano sia pratico sia relazionale. Stiamo rinegoziando le pratiche quotidiane per rendere quindi nidi e scuole contesti aperti che “sconfinano” rispetto alla loro funzione storica.
Un esempio è la spinta verso un nuovo modo di fare ambientamento, chiamato ambientamento partecipato, vissuto come esperienza di fiducia e appartenenza tra famiglie, bambine, bambini ed educatrici. Su questo faremo una formazione ad hoc nei prossimi mesi.
Oppure la “Notte Bianca delle Fiabe”, quando, una sera di dicembre, 375 nidi e scuole si sono aperti contemporaneamente trasformandosi in luoghi di luce, narrazione condivisa e comunità. In quella notte, lo spazio pubblico è diventato spazio vissuto: genitori, nonne/i, sorelle e fratelli che leggono e suonano insieme, in cui si è riconosciuto il valore della bellezza e dell’immaginazione nella crescita dei bambini e delle bambine, ma anche il legame tra famiglie, educatrici, educatori, insegnanti e l’intera città. È stata una vera e propria esperienza culturale diffusa, in cui abbiamo scelto di mettere al centro i libri fin dai primi anni di vita, coinvolgendo anche le librerie del territorio, che custodiscono e diffondono cultura ogni giorno.
Come cambia, in questa visione, il rapporto tra la città intesa come istituzione e i suoi luoghi educativi?
Dobbiamo ribaltare la prospettiva tradizionale secondo cui il rapporto tra città e luoghi dell’educazione si basa sulla domanda “cosa fa la città per i suoi nidi e le sue scuole?”. Vale anche il suo contrario. Il mondo dell’educazione e della scuola può trasformare la città facendosi portavoce dei bisogni dei più piccoli e abilitando la voce dei ragazzi e delle ragazze. Roma diventa più abitabile e giusta ogni volta che una scuola, un comitato di genitori o una rete di educatrici si batte per una strada scolastica o la rigenerazione degli spazi verdi, costruendo comunità laddove non c’era.
Proprio questo può rendere Roma un laboratorio pedagogico permanente: un luogo dove, investendo sul tempo dell’infanzia e nelle relazioni educative, si ripensa la città e la si trasforma.
In questo senso educare a Roma non è un compito neutro né delegabile: è una scelta pubblica che chiama in causa l’intera comunità e che fa dell’infanzia uno spazio di cittadinanza attiva. È in questo orizzonte che Roma prova a crescere, giorno dopo giorno, per riconoscersi come comunità educante.
Ce la stiamo mettendo tutta, giocando una bella e appassionata partita di squadra.
Complimenti all’ Assessore Claudia Pratelli che ammiro fortemente in quanto sostiene e contribuisce con le tante iniziative la crescita della qualità dei nostri servizi educativi e Scolastici di Roma Capitale!