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Realizzare la coeducazione scuola famiglia

Augusta Moletto

Docente di Scienze Motorie

Riziero Zucchi

Docente del dipartimento filosofia e scienze dell'educazione, Università di Torino.


Il Gruppo di narrazione della Metodologia Pedagogica dei Genitori

Il diritto del bambino a un’educazione condivisa

È di attualità il patto educativo scuola famiglia ma che cos’è e come si realizza? È l’accordo tra gli adulti di riferimento. Una relazione cui ciascun bambino ha diritto. Accordo da cor cordis, cuore. L’etimologia suggerisce che si tratta di un rapporto con origini profonde: è disposizione razionale, ma è soprattutto atteggiamento che nasce dalla disponibilità propria di chi ha a cuore la crescita e la formazione. Il risultato è la concordia, cuori che battono all’unisono; per raggiungere questo risultato, occorre un percorso, un itinerario lungo, continuo, mai raggiunto completamente. (Freire 2000)

Ha bisogno di esser ridefinito, riproposto, necessita di una manutenzione continua, come continua è l’educazione. Un itinerario impostato sulla reciproca conoscenza, basato sul rispetto: trovarsi, genitori ed educatori, l’uno di fronte all’altro, guardandosi (respicio) negli occhi, prendendosi cura uno dell’altro. Parte dalla fiducia data spontaneamente senza garanzie: per fare fiorire il bene è necessario anticiparlo. (Natoli 2016) La fiducia nasce nelle relazioni di cura e crescita. La sua matrice è nella genitorialità prima e nell’educazione formale poi. Gli educatori e i genitori, che offrono e ricevono fiducia hanno la possibilità di esercitare questo valore che può esser definita vera e propria pedagogia. Per capire l’atteggiamento di fiducia, ci aiuta ancora l’etimologia; fides: vincolo solenne, proposto in favore di chi sta di fronte agli adulti, il bambino che, per la sua fragile e forte dipendenza, nel corso della formazione, ha bisogno di cuori che battano all’unisono. La fiducia in termini di relazionalità non ha bisogno di garanzie come un fido bancario, è gratuita, è base di partenza per camminare insieme.

 

Un itinerario necessario : l’impegno della scuola

L’accordo scuola famiglia è un processo che parte dalla prima educazione formale, il nido e l’infanzia. Sono strutture riconosciute socialmente, condotte da esperti che hanno una preparazione professionale, maturano consapevolezza, comunicano tra di loro, ricevono una formazione continua, hanno chiarezza delle loro funzioni. Ciò pone i protagonisti dell’educazione formale in posizione di vantaggio rispetto agli autori dell’educazione informale, i genitori. Questi ultimi sono soli, isolati, portano singolarmente responsabilità educative che un tempo erano gestite dalla famiglia allargata e dalla comunità di villaggio. La società attuale, fondata sul profitto e sui consumi, non agevola i genitori.

Certa pubblicistica identifica nella famiglia l’origine dei problemi del figlio, al punto tale che lo studioso dell’adolescenza Gustavo Pietropolli Charmet ha scritto un libro intitolato Non è colpa delle mamme. Nelle conclusioni afferma: Almeno in parte il mio debito con le madri l’ho saldato. Scrivendo questo libro spero di esser riuscito a comunicare quanto sia infondata una delle credenze all’ombra delle quali mi sono formato professionalmente. La psichiatria e la psicanalisi clinica avevano individuato nei primi anni di vita del bambino la regia della maggior parte delle malattie mentali e delle sofferenze nevrotiche degli adulti. … Se le cose stavano così era ovvio che la madre fosse l’indiziata numero uno. Si accumulò una montagna di prove e sospetti sulla colpevolezza della madre. (Pietropolli Charmet 2006) Analoghe indicazioni vengono dal libro di Giovanni Bollea, fondatore delle neuropsichiatria italiana, dal titolo volutamente provocatorio: Le madri non sbagliano mai. (Bollea 1995)

Occorre ancorare su basi saldamente scientifiche le conoscenze e le competenze educative della famiglia (Moletto Zucchi 2013). Gli esperti che si occupano di rapporti umani: educatori, insegnanti, medici, infermieri, giudici, assistenti sociali… devono esser consapevoli del sapere genitoriale. Se queste conoscenze non vengono riconosciute e valorizzate rimangono inespresse e la società perde un patrimonio inestimabile di testimonianze formative. Il sapere dei genitori diventa fondamentale nella realizzazione del patto educativo. Lo spazio scuola si collega allo spazio famiglia per permettere lo svolgersi armonico delle transizioni: il passaggio da un ambito ad un altro. E’ l’inizio dell’itinerario che durerà per tutto il periodo scolastico.

L’attuale società è atomizzata, dispersa: non vi sono più luoghi di aggregazione sociale, oppure ambiti all’interno dei quali la famiglia può ritrovarsi e riconoscersi, prendere coscienza dell’importanza della sua funzione. La scuola può diventare la piazza del terzo millennio. È il luogo cui la società affida quanto di più caro vi è al mondo: i figli, il patrimonio del futuro.

 

 

Teoria e pratica del Gruppo di narrazione

Uno strumento per il patto educativo

All’interno dello spazio scuola occorre fornire strumenti funzionali a far prender alla famiglia coscienza dell’importanza del suo agire e creare quella genitorialità collettiva che sola è in grado di creare un ambito di crescita: Per allevare un bambino ci vuole un villaggio. Il principale strumento che la Metodologia Pedagogia dei Genitori propone è il Gruppo di narrazione dove si crea la comunità educante di insegnanti e genitori. (Moletto Zucchi 2013)

La pratica del Gruppo di narrazione inizia dopo la formazione del personale educativo in cui vengono illustrate le basi epistemologiche sulle quali si basa la validazione delle conoscenze e delle competenze educative dei genitori. Col parere della dirigenza questa formazione può avvenire nell’ambito del Collegio Docenti. L’istituzione scolastica ha come caratteristica di essere comunità educante: condivide intenti, ha basi pedagogiche comuni, è al corrente della didattica proposta all’interno delle sezioni o delle classi. Un’attività fondante il patto educativo scuola famiglia è di interesse generale e deve esser riconosciuta da tutti. Non si tratta di un adempimento obbligatorio: solo i docenti interessati daranno la loro disponibilità, ma il loro impegno è sostenuto dalla consapevolezza del Collegio.

La genitorialità deve esser valorizzata, fatta riscoprire, per i genitori si parla di presa di coscienza del loro ruolo. Può esser proposta un’assemblea in cui si presenta alle famiglie la Metodologia Pedagogia dei Genitori.

 

Strutturare il Gruppo di narrazione

La realizzazione di un Gruppo di narrazione non è un adempimento, quanto una scelta. Presuppone fiducia nella genitorialità, disponibilità a mettersi in gioco, apertura alle nuove esperienze. All’inizio è una sperimentazione sostenuta dalla convinzione che occorre provare nuove strade nel rapporto scuola famiglia. E’ possibile cominciare all’inizio della anno, Statu nascenti, quando i genitori accompagnano numerosi i loro figli. La novità esalta i bambini, gli adulti sono più restii, hanno maggiori timori. La Dirigente, dopo aver indicato i vari adempimenti, si rivolge ai genitori: Abbiamo bisogno di voi, del vostro sapere sui figli alunni. È l’inizio del patto educativo, la scuola riconosce il sapere dei genitori, valorizza le loro competenze. È come iniziare a tessere un vestito, se nel corso dell’anno ci saranno problemi è come ricucire degli strappi, ma se non è realizzato l’abito rimangono le situazioni difficili.

Nelle singole classi insegnanti e genitori si siedono in cerchio. È un’operazione con un valore simbolico: indica l’uguaglianza tra gli adulti legati dal comune impegno educativo. Sottolinea che non vi sono conduttori che guidano o interpretano le dinamiche del gruppo, tutti sono attori e protagonisti. Si realizza l’indicazione di Paulo Freire: Nel gruppo tutti imparano da tutti, nessuno insegna a nessuno.

Tale impostazione permette a tutti di guardarsi negli occhi. Propone un dialogo non mediato: la parola esprime il pensiero, ma anche il corpo comunica, coi gesti, la postura, gli atteggiamenti, le espressioni del viso. Nell’epoca della comunicazione digitale, in cui lo schermo del cellulare nasconde e impedisce la comunicazione, viene rivendicata la necessità del rapporto diretto, in cui tutta la persona comunica ed è possibile vedere nei volti delle persone gli effetti di quanto si afferma. Volti attenti valorizzano chi parla, danno il senso di un’approvazione collettiva che esalta le capacità comunicative.

Il Gruppo di narrazione non è un gruppo di mutuo auto aiuto. Nella Metodologia è ben chiara la distinzione tra Pedagogia e Psicologia. Si tratta di un’attività pedagogica: la pedagogia è la scienza che pone le persone nelle migliori condizioni per esprimere le proprie potenzialità, mentre la psicologia si occupa di problemi, fa diagnosi, propone terapie. Nel Gruppo non vi sono conduttori o persone che interpretano quello che viene detto, ma partecipanti che sentono la responsabilità che gli incontri avvengano nel modo più positivo possibile. Si occupano del luogo di riunione, fissano con l’accordo di tutti le date, si preoccupano di avvertire gli altri delle scadenze.

Questo è l’ambito all’interno del quale si può realizzare il Patto educativo scuola famiglia. Al centro si pone l’educazione, assumendo come punto di raccordo la genitorialità. E’ l’archetipo formativo per eccellenza: l’educazione è nata quando nel corso dell’evoluzione il primo uomo si è collegato con la prima donna per allevare il primo bambino. L’educazione formale si è modellata sull’educazione informale, per ritrovarne la fonte occorre riproporre la genitorialità. È il fondamento della co – educazione, come sottolinea l’autore di uno dei migliori testi sull’argomento, Frédéric Jesu: Ogni professionista è un genitore o quantomeno ha dei genitori. Ha scoperto la genitorialità osservando e provando su di sé quella dei genitori e ha costruito la sua sperimentando le sue responsabilità nei confronti dei figli. Chi si occupa dell’educazione o della famiglia ha a disposizione un’esperienza personale in materia di genitorialità. Questa esperienza gli insegna che tutti possiedono un’esperienza in tale campo. È chiaro che ciascuno, professionista o genitore sa, sa fare e può fare qualcosa di diverso e complementare rispetto a quello che l’altro sa, sa fare e può fare con lui. (Jésu F. 2004)

I docenti che partecipano ai Gruppi di narrazione intervengono narrando gli itinerari educativi compiuti coi figli. Non tutti sono genitori: propongono l’educazione ricevuta in famiglia. La loro professionalità è accresciuta dai valori della genitorialità; è uno dei momenti più significativi del patto educativo, nasce nelle famiglie un sentimento di fiducia: È anche una mamma o un papà, può accogliere mio figlio.

 

 

Le dinamiche del Gruppo di narrazione

La narrazione è lo strumento attraverso il quale è possibile esprimere la formazione del piccolo d’uomo. Permette di collegare vari eventi educativi attribuendo loro senso; ogni narrazione è diversa, come lo è l’educazione di ciascuno, ha la caratteristica di essere aperta, lasciar spazio all’imprevedibilità del rapporto di crescita.

I temi hanno la caratteristica della generatività e della positività. Generatività è termine freireano e significa proporre argomenti concreti che tutti possono trattare, producono un coinvolgimento diretto perché riguardano esperienze e situazioni che tutti hanno provato. (Freire 1973) Non si interviene in modo generico o generale, si parte dalla propria esperienza che offre spunti e produce negli altri il desiderio di raccontare.

Il Gruppo di narrazione è attività pedagogica, caratteristica degli argomenti proposti è la positività. Se educare significa costruire ponti i piloni non vanno situati sulla sabbia o sulla palude, ma sul terreno solido. La pedagogia non parte dai problemi: in ogni situazione vi è un lato positivo che permette di edificare e costruire ed è quanto viene fatto emergere. Chiedere ai genitori di parlare dei punti di forza dei figli significa far riscoprire loro la gioia e l’orgoglio di averli generati. Quando torneranno a casa li guarderanno con occhi diversi, verrà spontaneo comunicare tutto l’affetto che provano per loro. In un mondo che non valorizza la genitorialità, perché non funzionale al profitto e al consumismo, narrare in termini positivi dell’educazione impartita ai figli significa prendere coscienza dell’importanza del proprio compito.

È come se ciascuno mettesse di fronte a sé le scelte, i processi formativi attraverso i quali ha contribuito alla crescita dei figli. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una scelta unilaterale: nell’itinerario genitoriale vi sono cadute, errori, atteggiamenti negativi. Sottolinearli significa rafforzarli, togliere energie e fiducia. Partire dalla positività ha l’effetto di far emergere punti di forza, situazioni che hanno prodotto crescita, si rafforza l’agire positivo, si evitano sensi di colpa che indeboliscono.

 

Narrare genitorialità nella condivisione

Una delle componenti essenziali del Gruppo di narrazione è l’ascolto, tutti partecipano con un’attenzione che permette alle persone di avvertire l’importanza di quanto espongono. Si crea una situazione di grande rispetto dovuta anche al fatto che quando uno parla non deve esser interrotto. Ognuno ha un progetto di narrazione, struttura il suo racconto con caratteristiche di unitarietà, l’interruzione genera una distorsione che altera l’esposizione.

Non si fa dibattito, non si danno giudizi, realizzando l’indicazione del filosofo Spinoza: Nei fatti umani non ridere, non piangere, ma cercare di capire. Si genera una situazione di apprendimento collettivo, l’ascolto intenso, il farsi coppa delle parole dell’altro permette di assorbire la narrazione, di farla propria. L’esperienza dell’uno diventa esperienza di tutti, avviene quello che sottolinea il filosofo Remo Bodei: attraverso la narrazione si intrecciano tra di loro le vite dei partecipanti, creando senso di comunità. (Bodei 2013)

I Gruppi di narrazione non sono gruppi di mutuo aiuto, non ci si mette a nudo, ognuno racconta solo quello che vuole gli altri sappiano. Vige un senso di responsabilità nei propri confronti e nei confronti degli altri, nessuno dirà mai qualcosa che possa danneggiare sé o il proprio figlio. Ognuno deve avere garantito uno spazio personale.

Al centro del Gruppo di narrazione vi è l’educazione data o quella ricevuta. L’isolamento e l’atomizzazione delle relazioni ha portato a considerare l’educazione familiare un fatto privato. Parlarne sembra svelare la propria intimità. Educare un figlio significa metterlo al mondo, costruire una personalità che porterà un contributo alla collettività, l’educazione si palesa nell’agire sociale.

Comunicare itinerari educativi significa non sentirsi soli, proporre le proprie scelte, evidenziare attraverso quali premesse si realizzano determinati risultati, arricchire gli altri degli strumenti attraverso i quali si fonda una personalità. Nel Gruppo di narrazione i partecipanti sono consapevoli di parlare al mondo. Comunicano non solo esperienze educative ma anche l’identità del figlio che, almeno per i primi anni, conoscono meglio di qualsiasi altra persona. La loro è una dichiarazione autentica: sono i responsabili di una formazione di cui conoscono gli sviluppi. Il Gruppo di narrazione offre la possibilità di riflettere in modo sereno e non problematico sull’essere genitori o figli, uno spazio che questo mondo non concede.

 

 

Socializzare l’educazione

Le narrazioni dei genitori sono testimonianze significative, uniche, e si chiede loro di scriverle. Nell’esposizione orale sono affidate ai cuori dei singoli partecipanti, ma hanno anche un valore sociale. Sono testimonianza dell’impegno e dell’affetto per il figlio. Scriverle significa renderle comunicabili nello spazio e nel tempo. Quando lo reputeranno opportuno potranno consegnarle per rafforzare la solidarietà intergenerazionale. Queste narrazioni inoltre determinano all’interno dell’attuale società rispetto nei confronti dell’educazione in generale e dell’educazione familiare in particolare.

Si crea una comunità educante. Al termine del Gruppo di narrazione nasce un senso di fiducia che coinvolge tutti i partecipanti: le persone sono migliori di quanto non sembri all’apparenza. Hanno potuto esprimere il meglio di sé e comunicarlo. Nasce un senso di familiarità perché ciascuno ha donato agli altri una parte di sé riguardante quanto di più importante vi è al mondo, l’educazione.

In ambito scolastico può iniziare un itinerario con la programmazione di tre o quattro gruppi di narrazione all’anno per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità che si è formata. L’educazione è attività continua, deve rinnovarsi, procedere nel tempo. Via via che i Gruppi di narrazione si realizzano la relazione tra docenti e genitori si approfondisce, si rafforza il senso di fiducia, se nascono problemi vengono affrontati insieme in un percorso che favorisce la crescita dei figli alunni. Si diventa sempre più consapevoli che il successo formativo dipende dall’accordo tra gli adulti di riferimento: insegnanti e genitori.

 

Bibliografia

Bodei R 2013. Immaginare altre vite, Feltrinelli, Milano

Bollea G. 1995, Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, Milano

Freire P. 1973, L’educazione come pratica della libertà, Mondadori, Milano

Freire P. 2000, Pedagogy of the Heart, Continuum, New York

Jésu F. 2004, Co-éduquer. Pour un dévéloppement social durable, Dunod, Paris

Moletto A. Zucchi R. 2013, La Metodologia Pedagogia dei Genitori. Valorizzare il sapere dell’esperienza, Maggioli editore, Sant’Arcangelo di Romagna RN

Natoli S. 2016, Il rischio di fidarsi, Laterza, Bari

Pietropolli Charmet G. 2006, Non è colpa delle mamme, Mondadori, Milano

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