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Per Francesco

Lorenzo Campioni

Pedagogista


Francesco De Bartolomeis, il maggiore pedagogista italiano della seconda metà del 900, non è più tra noi.

Francesco, in occasione del XVII convegno del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia (11-13 marzo 2010) a Torino, ci regalò un prezioso scritto Infanzia e educazione che ha avuto una grandissima diffusione e costituito un punto di riferimento anche per documenti successivi, prese di posizione del Gruppo stesso impegnato a sensibilizzare educatrici, insegnanti, politici sulla necessità di una riforma dell’educazione e istruzione dell’infanzia nel nostro Paese. Il convegno fu l’occasione per un sentito riconoscimento a Francesco per l’apporto dato al rinnovamento culturale e pedagogico dell’educazione infantile.

Francesco De Bartolomeis non ha vissuto una parabola discendente come accade alla maggioranza di chi arriva a superare il secolo di vita. In questo considero Francesco un’eccezione nell’eccezione. Fino all’ultimo è stato impegnato culturalmente, fecondo di visioni e pensieri nuovi sulla realtà dell’educazione e dell’istruzione e sul lavoro di critico d’arte. Il gusto della sfida nel capire e risolvere problemi è una caratteristica che si riscontra nei suoi scritti, vere miniere di pensieri e strumenti per chi voglia intraprendere il cammino professionale nell’educazione e istruzione e dare un contributo innovativo.

Nelle numerose conversazioni telefoniche non era facile tenere il suo passo: entrava subito nel cuore vivo dei problemi politici, sociali, culturali, artistici e pedagogici. Dovevo fermarmi, appuntare sue riflessioni e poi ritornare su di esse in conversazioni successive, soprattutto in campo artistico e pedagogico. Approfondimenti mai banali e appena credevi di avere raggiunto l’obiettivo, immediatamente si aprivano altri orizzonti. Ultimamente stava affrontando il problema dei “nativi digitali” in modo inusuale, riportando il discorso non sul tecnico ma su “nativi ricercatori”.

La migliore testimonianza della sua vitalità di pensiero sono i cinque volumetti, stampati da Zeroseiup nel biennio 2022-2023, che ci riconsegnano una nuova visione della pedagogia. Pubblicazioni con dedica straziante al figlio Paolo: “per Minnie e Paolo”, “per Paolo, improvvisa assenza”, “Paolo, alcune cose di questo libro sono ricordi di ciò che, quando eri bambino, facevamo insieme. Andavi avanti nella scienza, un percorso improvvisamente interrotto”, “Caro Paolo, sei sempre il mio interlocutore”, “Paolo scrivo per te e piango”. Appuntamenti serali tra padre e figlio, entrambi veri ricercatori e non narratori in pedagogia, in arte, in matematica.

La sua biografia ne fa un testimone privilegiato della seconda metà del Novecento, in particolare su due fronti (la pedagogia e l’arte). Non c’è campo della formazione che non l’abbia visto in anticipo rispetto al dibattito pubblico e agli indirizzi ministeriali: scuola dell’infanzia, laboratori, tempo pieno, come passare dalla lezione frontale a una scuola fondata sulla ricerca, come motivare il bambino e il ragazzo considerandolo non allievo ma collaboratore, impegnato con l’educatore e l’insegnante in ricerche e apprendimenti, collegamento tra la formazione e l’economia reale…).

“Vita nelle istituzioni formative, ma anche istituzioni formative nella vita: una circolarità necessaria ma non è facile farvi entrare la formazione se non ci si muove con attenzione nella realtà” (Parliamone. Educazione, arte e altro, Bergamo, Zeroseiup 2023, p. 12).

Un amore che l’ha accompagnato per tutta la vita è il suo interesse per l’educazione dell’infanzia. Il bambino dai tre ai sei anni vide la luce nel 1964, anche se l’edizione più conosciuta è del 1968 con la Nuova Italia. Proprio nelle pubblicazioni di questi ultimi due anni ritorna puntualmente con avanzamenti sul tema.

La sua pedagogia scientifica, come scienza della formazione, ancorata saldamente alla realtà quotidiana della scuola ha dato un contributo fondamentale a spazzare via definitivamente una pedagogia filosofeggiante e sterile. Fondamentale al riguardo è la sua opera esattamente di Settanta anni fa (1953) che ha introdotto in Italia un nuovo linguaggio e una nuova visione parlando di scienze dell’educazione, mentre i suoi colleghi universitari parleranno ancora per anni di pedagogia in senso idealista. Una posizione innovativa che mette la pedagogia in relazione e in dialogo con tutte le altre scienze, in questo seguendo le orme del Dewey.

Con Francesco se ne va il decano dei pedagogisti italiani, uno studioso impegnato nel difendere particolarmente la dignità di bambini, ragazzi e insegnanti, un ricercatore indefesso che lascia una eredità culturale ed esperienza umana che vanno protette dalla dispersione; per me un amico a cui ci legava il comune sentire dal lontano 1983 quando, per la prima volta, l’incontrai di persona e al mio “Illustre professore” mi rispose: “Io sono Francesco, diamoci del tu!”. Vorrei ricordare questo tratto non comune della sua grande umanità: era capace di mettersi in contatto con chi incontrava con grande semplicità. Nel negozio Picard, nel mercatino rionale, in farmacia… tutti lo chiamavano “Francesco”.

Al riguardo ben esprime il suo pensiero nell’ultima pubblicazione di due mesi fa:

“L’umano è strettamente legato al rispetto come qualità generale; consiste nel non fare valere nei rapporti meriti e riconoscimenti di ogni tipo, la propria posizione sociale per professione e censo. E fa emergere dal profondo quello che ci rende eguali, l’umano appunto, un nucleo vitale di valori

che si manifesta nei rapporti quali siano le persone che abbiamo di fronte.

Argomenti che sembrano estranei, non per magia ma per valore e significato entrano in una pedagogia che si rinnova, immersa nei problemi della vita…” (Parliamone, p. 21).

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