Login
Registrati
[aps-social id="1"]

Per decidere tra 30 e 50…partiamo dai nidi

Gianni Morandi in una nota canzone di tanti anni fa proclamava di voler correre a 100 all’ora per andare dall’amore suo.

Dunque, la velocità come strumento necessario per potere abbreviare i tempi e ritrovarsi nei propri affetti. Ma oggi credo iniziamo a renderci conto di come questa accelerazione e questa nostra vita in continua corsa ci porti, in realtà, da una parte a correre ancora e sempre di più e dall’altra a pensare che, nonostante questo cento e ancor più di cento chilometri all’ora, non abbiamo tutto il tempo necessario per fare quello che vorremmo.

E allora forse un ragionamento sul tempo che pensiamo dovremmo avere a disposizione e la velocità con cui percorriamo questo tempo mi sembra oggi sempre più necessario. Almeno per chiederci perché si pensi che solo correndo potremmo fare tutto quello che noi abbiamo in testa di dover fare o di voler fare, o che qualcuno ci dice che dovremmo fare.

Questo strano pensiero, questa necessità di prendere tempo per pensare al tempo mi è stata sollecitata dal dibattito che si è aperto in questi giorni sul tema delle città a 30 km all’ora; e su quello che si è letto in merito a Bologna, che ha avviato questa riconversione.

Ho presente che da qualche parte si è sostenuto come sia impossibile diminuire anche solo di un chilometro la velocità veicolare (che poi a 50 chilometri all’ora, scusate, in una città non ho mai visto andare autobus, tram, biciclette, pedoni, ma solo auto) perché come si può fare in una città a potere svolgere la propria funzione economico commerciale se tutto circola così piano?

E si è giunti persino a dire che in fondo andare a 30 km all’ora sia ancora più rischioso che andare a 50 e che potrebbero darsi (forse perché a quella velocità così bassa ci si addormenta?) ancor di più incidenti e, dico io, intasamenti tali da creare terribili inquinamenti atmosferici. O forse potrebbe cambiare qualcosa?

Forse perché ai 30 all’ora rischiamo di essere un poco meno stressati dalla guida del veicolo? Forse perché abbiamo più attenzione a chi magari ci sta accompagnando nel mezzo? Perché riusciamo anche a guardare il panorama della città con meno apprensione?

Perché prestiamo tempo e attenzione alle cose che realmente ci potrebbero interessare? Sembra che Bologna vada a tutti i costi stoppata, per non dare il cattivo esempio. Ma ci si dimentica che c’è una città che da circa due anni viaggia a 30 km all’ora: la città di Olbia che senza tanti clamori ha avviato un percorso virtuoso accompagnando alla “lentezza” dei veicoli a motore piste ciclabili e piste pedonali opportune e funzionali a un nuovo assetto dei percorsi territoriali. E che senza essere mai stata additata come velleitaria sta costruendo il suo percorso virtuoso tra spazi e tempi.

Mi sembra peraltro percepibile che in tutto il dibattito che si è sollevato finora sia rimasto ancora una volta defilato un pensiero rivolto alle bambine e ai bambini, un timido ipotizzare che andare piano possa essere una forma di rispetto nei loro confronti. Già solo perché vuol dire stare più attenti a chi per caso in auto non è, avendo magari più tempo per reagire a quel che comunque per strada può accadere.

E poi perché ragionare, come in qualche modo stiamo facendo, sui motivi che differenzia il 30 dal 50 forse ci aiuta a comprendere che il tempo non è solo un fatto individuale, ma che il tempo è o almeno può essere un fatto sociale, come tale da iniziare a trattare. Magari scoprendo, come già prima detto, che la mitica accelerazione dei nostri tempi ci costringa a pensare di non avere il tempo per fare (che cosa?) e nel con-tempo di stare perdendo tempo. Molte volte per correre, perché correndo si possono occupare sempre più spazi e in tali spazi consumare nel più breve tempo possibile.

Allora, per decidere tra 30 e 50, torniamo ai nostri nidi! E soprattutto ai percorsi di crescita nei primi anni di esperienza.

E’ qui, infatti, che mi sembra sempre più necessario recuperare e ripensare al tempo della crescita, che è probabilmente il processo trasformativo per eccellenza e con cui tutti i professionisti dell’educazione e dell’insegnamento, e ovviamente i genitori, si sono da sempre confrontati. Quel tempo fondamentale per poter garantire uno sviluppo equilibrato e sostanziale dei nostri bambini e delle nostre bambine; quei tempi giusti, anche lenti e rutinari, necessari per poter rispettare il diritto di tutti quanti i nostri giovani cittadini ad una crescita di qualità.

Se rileggiamo le Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei e gli Orientamenti dei servizi educativi credo sia facile vedere il richiamo alla necessaria costruzione di un contesto inclusivo delle relazioni dove il tempo per compiere le esperienze di apprendimento   e di socializzazione è fattore fondamentale e determinante.

E allora consentire e dare il tempo giusto, prendere quel tempo che magari è anche meno di 30 all’ora, è uno dei processi che fanno dei servizi educativi, e della qualità e della professionalità necessaria allo scopo, uno dei luoghi oggi fondamentali per ripensare seriamente al modello di sviluppo in cui ci siamo immersi. Per recuperare, attraverso la riscoperta del tempo anche lento della cura, del gioco, dell’apprendimento, dell’emozione, un rapporto più equilibrato con la nostra quotidianità, con sé e con gli altri.

Evitando, come ancora oggi succede quando sono di nuovo aumentati i costi relativi ad alcuni beni di consumo (penso ai pannolini tanto per fare un esempio) il rischio che continuino a ricadere sui bambini e le bambine quelle difficoltà economiche che tengono lontano molte famiglie dalla frequentazione dei servizi educativi.

Ecco allora che abbiamo bisogno di continuare a rivendicare l’universalità di questi servizi. E la loro qualità educativa.

Perché è anche da qui che si può dare vera attuazione a quell’art. 3 della Costituzione che dice “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”

E quindi, per decidere se Olbia e Bologna fanno bene oppure no, si deve partire dai bambini e dalle bambine, e dalle politiche che li “ri-guardano”, sempre che a loro ogni tanto si pensi.

Lascia un commento