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Nel testo della nostra preziosa costituzione

Cassandra

Profetessa


si ritrovano, se si supera una lettura superficiale, veri e propri diritti dei bambini, alla stregua di quelli enunciati nelle Carte internazionali

 

 

Ripreso il nuovo anno, ci ritroviamo ad affrontare le solite questioni. Non che non ci siano confronti, approfondimenti, voci che si levano rispetto ai diritti e al futuro dei bambini e delle bambine, ma sembra che poco o nulla si muova. Cito solo un dato: viste le risorse assegnate nel 2022 agli enti per il potenziamento dell’offerta educativa (i famosi soldi per i Lep al 33%) 1141 comuni sono andati oltre l’obiettivo, e ben venga, ma 2052 no, così 4358 “utenti” (purtroppo la statistica ministeriale li chiama proprio così, con tutto quel che sta dietro all’uso delle parole) non hanno avuto un “posto” da poter frequentare. Secondo richiamo: nel Bilancio dello Stato per il 2024 (mentre scrivo, in discussione al Parlamento) mi sembra che affiori sempre più l’idea di creare le condizioni di sostegno ad una genitorialità femminile che ponga la donna nella condizione di “poter scegliere” se essere mamma o lavoratrice, ma non l’una e l’altra. E della bambina e del bambino poco si parla.

Allora, mi è scattata una domanda: ma questi diritti dei “cittadini di minore età” nella nostra Carta sociale e civile fondamentale, quella costituzionale, ci sono o non ci sono? Perché se ci fossero, allora dobbiamo pretendere che siano pienamente rispettati pena una violazione (anche qui come per altri temi) di una volontà generale fondamentale del nostro vivere collettivo. E da qui, la memoria di un contributo che ebbi modo di leggere negli atti del Convegno Nazionale organizzato dal Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia a Torino nel 2010; è una parte dell’intervento di Andrea Giorgis, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Torino, che qui cito dalla pubblicazione[1]:

 

 

“La Costituzione italiana a differenza della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea non contiene alcun articolo specificamente dedicato ai diritti del bambino. Da questa assenza si potrebbe trarre l’impressione che la nostra carta costituzionale non consideri i bambini quali titolari autonomi di posizione giuridiche soggettive. Così però non è. Se si scorre la prima parte della Costituzione e ci si sofferma su quelle disposizioni in cui vengono enunciati i cosiddetti principi fondamentali si trovano alcune importanti ed impegnative enunciazioni che, se interpretate in tutte le loro potenzialità, evidenziano subito quanta attenzione il nostro ordinamento costituzionale dedichi ai bambini e, soprattutto, quanto sia in esso presente una prospettiva volta ad affermare il primato della persona fin dai suoi primi anni di vita. Innanzitutto vi è l’articolo 2 della Costituzione il quale – nel riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”- pone a fondamento dell’intero ordinamento il principio personalista: l’ordinamento e le istituzioni di cui esso si compone (e in cui si articola) sono al servizio dello sviluppo della persona. Ogni essere umano ha valore in sé e, in quanto essere umano, deve poter vivere, nel presente, e realizzare nel, futuro, la propria specifica e irripetibile personalità. Ciò conduce a considerare gli individui come delle persone fin dalla nascita e dunque riconoscere loro, fin dai primi anni di vita, dei diritti soggettivi all’autonomia, alle relazioni sociali e affettive, all’accesso ai beni e servizi essenziali, nonché al rispetto dei caratteri salienti del proprio particolare e contingente modo di essere.

Ancor più esplicito è l’articolo 3, comma secondo, il quale – nel prescrivere alla Repubblica di adoperarsi “per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo delle persone umana, e l’effettiva partecipazione… all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”- individua nella persona umana e nel suo continuo e dinamico divenire il fondamento e l’obiettivo dell’azione di tutti i pubblici poteri.

Da questi principi, che definiscono i tratti fondamentali del nostro ordinamento e della antropologia da cui esso muove, non pare quindi difficile trarre il riconoscimento di veri e propri diritti dei bambini, per molti versi analoghi a quelli enunciati dalla Carta di Nizza e dalle Carte internazionali, come, ad esempio, il diritto di intrattenere relazioni con i due genitori (sempre che ovviamente non sussistano ragioni che rendano tali relazioni contrarie all’interesse del bambino) o il diritto di esprimere la propria opinione, nonché il diritto che tale opinione venga presa in considerazione, specie sulle questioni che li riguardano, seppur tenendo conto della loro età e della loro maturità.

Alcuni diritti soggettivi trovano poi un riconoscimento esplicito anche in ulteriori e più particolari disposizioni costituzionali: l’articolo 30 della Costituzione, ad esempio, nel disciplinare la posizione dei genitori nei confronti dei figli, attribuisce a questi ultimi (anche se nati fuori dal matrimonio) il diritto al mantenimento, all’istruzione e all’educazione. E naturalmente, per definire che cosa sia l’educazione e l’istruzione che i figli hanno diritto di ricevere dai genitori occorre occorrerà muovere da quella prospettiva personalista di cui si è detto più sopra, in virtù della quale non sono i bambini per i genitori, ma i genitori per i bambini e per la loro crescita e la loro persona.”

 

Possiamo dunque darci da fare per difendere la nostra Costituzione anche con questa importante lettura? Spero non si lasci ai posteri l’ardua sentenza.

 

[1] “I diritti delle bambine e dei bambini”, (a cura di Aldo Garbarini e Maria Antonietta Nunnari), Edizioni Junior, 2010. L’intervento di Andrea Giorgis è a pagina 37 e segg.

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