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L’amore non si conta in ore

Umberto Galimberti

I bambini non hanno bisogno di tempo “di qualità”. Ma di tanto tempo trascorso con loro. Perché è così che imparano a distinguere il bene dal male.

Ogni tanto mi chiedo se nella nostra civiltà, tutt’altro che liquida, perché cementata dalle regole ferree dell’economia, sia ancora possibile mettere al mondo bambini e prestar loro quell’attenzione di cui necessitano per costruire un’identità positiva che garantisce una sicurezza di base per tutta la vita.

Eppure mai come oggi i bambini sono oggetto di attenzioni sanitarie e psicologiche, e quindi guardati dal punto di vista che focalizza la loro precarietà ed esposizione a tutti i possibili mali del corpo e della mente.

Io penso che questa situazione sia dovuta al fatto che i genitori stanno con i loro figli pochissimo tempo, e poche volte rispondono alle loro richieste di attenzione. Da parte mia li giustifico perché, per mantenere una famiglia, oggi i genitori devono lavorare entrambi, e quando tornano a casa sono stanchi e talvolta anche frustrati, quindi non hanno né tempo né voglia di farsi inondare dall’entusiasmo infantile.

Per questa ragione si occupano dei loro bambini solo quando stanno male. E così il bambino impara che se le parole sono inefficaci, è sempre possibile ricorrere al linguaggio del corpo per ottenere, con i sintomi della malattia fisica o psicologica, quello che in piena salute non si riesce a ottenere.

Affidati a un esercito di baby-sitter, o alla televisione, o ai telefonini, che già dai quattro anni in su diventano gli inseparabili compagni di solitudine, quando questi bambini mostrano ai genitori i loro disegni colorati, in cui è possibile leggere come vedono e come sentono il mondo, quando con un’insistenza un po’ provocatoria incominciano a chiedere il perché di tutte le cose per trovare quel nesso causale che le rende comprensibili, prevedibili e quindi meno paurose, le risposte più frequenti dei genitori sono: «Adesso non ho tempo», oppure: «Te li guardo domani (che vuol dire mai)››, oppure: «Quando sarai grande capirai». Risposte che dal bambino vengono recepite nella forma: «Quello che mi chiedi non è interessante». Conclusione del bambino: «Io non suscito interesse», «Non valgo niente››, o peggio: «Nessuno mi vuol bene». E pensare che in quell’età si formano definitivamente le mappe cognitive e affettive che per tutta la vita segneranno il modo di vedere e sentire il mondo.

Per sgravarsi dal senso di colpa dovuto al poco tempo che hanno di dedicarsi ai loro bambini, i genitori li inondano di un’infinità di giochi di cui i piccoli si entusiasmano solo quando aprono la confezione. E cosi si instilla in loro quella noia da saturazione, i cui effetti devastanti si vedranno nell’adolescenza, invece di quella noia per mancanza di giochi, che è l’atmosfera migliore per scatenare la creatività che porta a costruirseli da sé.

Si evita cosi di abituarsi al “tutto dovuto”, e si impara che se si vuole ottenere qualcosa bisogna darsi da fare. Da ultimo siccome vige il principio efficientista secondo il quale occorre imparare tutto da piccoli: l’inglese, lo sci, il calcio, la danza, il pianoforte, oltre naturalmente alla scuola, questi bambini sono sottoposti a un eccesso di stimoli che, quando non si è in grado di contenerli, generano angoscia. Per evitarla si abbassa il livello di coinvolgimento psichico, per cui la psiche diventa apatica, ossia non registra la risonanza emotiva delle azioni che si compiono e degli eventi che accadono, con la conseguenza che, da adolescenti, non si capirà tanto bene la differenza tra il bene e il male, tra insultare un insegnante o prenderlo a calci, tra corteggiare una ragazza o stuprarla.

In una società come la nostra che rende cosi difficile mettere al mondo dei figli ed educarli, l`amore che lei invoca per una buona educazione, non è da scrivere con lettere maiuscole, perché quello vero e meno enfatico passa attraverso queste piccole cose, di tutti i giorni, perché tutti i giorni i bimbi crescono, e tutti i giorni voglio essere osservati e riconosciuti.

I bambini infatti hanno bisogno non di un tempo “qualità” come si usa dire oggi, ma di una gran “quantità” di tempo per sapere se al mondo sono benvenuti oppure no.

 

“Lettere a Umberto Galimberti”, D la Repubblica. 22 OTTOBRE 2016

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