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La serafica gravità del decreto Andreatta – aprile 1986

Loris Malaguzzi

Pedagogista


Pubblicato in “bambini”, aprile 1986, Edizioni Scolastiche Walk Over, Bergamo – pp. 2-3

1.

Le leggi perché significhino qualcosa che cambia hanno bisogno di passare due volte: una volta nel parlamento, una volta nel paese. Il secondo passaggio è sempre il più difficile: è lì dove convergono le difficolta, le resistenze, i riflussi e dove si giocano gli equilibri e le volontà che contano.

In una società regolata dal profitto la compatibilità delle leggi che sanzionano provvedimenti a favore dei settori più deboli della popolazione (bambini, anziani, handicappati, tossicodipendenti ecc.) e anche quelli a favore di una diffusione dei servizi della cultura e del tempo libero e assunti a gestione pubblica, non può svincolarsi dalla sua stessa scelta filosofica e dai suoi modelli di organizzazione sociale e politica.

L’art. 3 del decreto 786 firmato dal ministro Andreatta (che mentre scrivo sta passando al dibattito in parlamento) è il cappio della filosofia che abbiamo detto.

Donne, bambini, anziani, handicappati, drogati e tutti i servizi pubblici “a domanda individuale” (e quindi anche biblioteche, musei, colonie, palestre, ecc.) fatevi da una parte! altrimenti pagate fino al 30% dei costi di gestione. Un bambino al nido dalle 150 alle 200 mila al mese, un bambino alla scuola dell’infanzia dalle 80 alle 100 mila, un libro a prestito dalla biblioteca dalle 10 alle 30 mila. Anziani, drogati, handicappati (tutta gente cui se non provvedono i comuni nessuno provvede) per voi tutto è più difficile, spesso impossibile: tornate dove eravate!

Un decreto devastatorio: paradossalmente finalizzato alla razionalizzazione e al risparmio della spesa pubblica: in realtà, lo hanno detto i sindaci riuniti in assemblea a Palermo, strumento di “attivazione di effetti perversi”.

2.

Il parlamento e le forze politiche decideranno che fare di questo decreto e io mi auguro (con tutti voi, credo, che leggete) che la saggezza abbia già avuto la meglio quando uscirà questo numero della rivista.

Epperò resta il significato filosofico, politico dell’atto: dei suoi disegni di fondo. La sua incredibilmente tranquilla gravità. Come è possibile che un ministro – coi suoi alti funzionari – possa emettere un decreto come questo senza averne prima misurata la portata e le incongruenze? Specie in un momento così teso e delicato del paese: dove la inflazione è cosa tremendamente seria per una gran parte dei cittadini, dove la disoccupazione cresce, dove i salari si erodono ogni giorno, dove i sacrifici si chiedono senza niente spiegare, dove ognuno sente che il futuro non è mai stato tanto incognito, dove i comuni tengono in piedi, da molte parti, quello che lo stato spesso non può o non è capace.

Una misura finanziaria – si dirà – intenzionata a ridurre il deficit della spesa pubblica e i livelli dell’inflazione. Un obiettivo giusto che deve fare anche piazza pulita di molti sprechi ed esorbitanze della spesa pubblica ma che deve trovare le sue ispirazioni e i suoi bersagli in luoghi molto distanti da quelli invece coinvolti dal decreto e in un quadro di assoluta chiarezza e di accertato distinguo perché diventi oltre che credibile, efficace.

Abbiamo detto della tranquilla, serafica gravità del decreto. Ma perché colpire le strutture di servizio messe faticosamente in piedi in questi anni di vacue parole e retoriche promesse; perché proprio le strutture che aiutano, proteggono, educano, curano i bambini e gli emarginati; perché solo i servizi gestiti dai comuni e perché solo i comuni che non hanno cestinato né le risorse, né i diritti sanciti dalle leggi né le intelligenze necessarie per affrontare con la gente i mutevoli problemi del vivere; perché proprio i beni di consumo collettivi; perché insomma quella rete di iniziative e supporti che difendono una certa qualità e una certa cultura della vita? Ecco tutto questo è da spiegare e da capirsi, al di là della sorte che sarà riservata al decreto.

Come sono tutte da spiegare e da capirsi (dopo avere tranquillamente riconosciuto e riconfermato che molte forme di assistenzialismo peroniano in auge in molte parti, ma non in tutte, del paese hanno da cessare e che il principio di chiamare i cittadini a contribuire in modo differenziato e giusto alle spese dei servizi – di una parte, non di tutti – è condivisibile) la misura e le implicazioni del provvedimento.

3.

L’Italia dei servizi è quanto di meno unitario e uniforme possa immaginarsi. Il provvedimento non solo comporterà ulteriori sperequazioni ma bloccherà definitivamente i pur limitati processi di riequilibrio in corso. Nel sud i trenta nidi audacemente preventivati a Palermo (una ventina dei quali in costruzione permanente dal 1975!), o i quindici previsti con maggiore serietà a Taranto o i quaranta deliberati dalla Regione Puglia, non decolleranno più lasciando campo aperto alla speculazione selvaggia dei nidi privati. Nel centro e nel nord Italia l’esosità del decreto produrrà effetti abbastanza prevedibili: si avrà un calo dell’utenza a reddito più basso e un aumento di quella a reddito più alto; si avrà tout court un calo dell’utenza con una perdita secca del gettito contributivo che sarà ancora più avvertibile in quanto si sa che l’85% dei costi di gestione (i costi del personale) sono immodificabili: si avrà un abbassamento della qualità dei servizi; si avrà una chiusura degli stessi nei comuni più poveri o nelle periferie più bisognose e più cariche di droga e di violenza: si avrà un fenomeno paradossale e discriminatorio: cresceranno le rette per la frequenza delle scuole dell’infanzia comunali e resteranno inalterate quelle a gestione statale nei cui confronti il comune investe non poche risorse a sostituzione delle latitanze dello stato. E anche a Milano, come nel sud, saliranno ancora i prezzi dei servizi privati (300.000 al mese più il costo dei pasti per la frequenza del nido).

Il decreto contiene anche i suoi verboten sul personale: cosicché, nel solo settore dei nidi 337 istituzioni già costruiti non entreranno in funzione, 956 in fase di costruzione non saranno ultimati, 226 i cui lavori sono stati appaltati saranno bloccati, 376 con progetti di appalto resteranno sospesi. Nel settore dei consultori familiari 103 dovranno essere chiusi, 327 già programmati resteranno nei cassetti.

Gli effetti sono questi o possono essere questi. In soldi e non in soldi.

A questo punto c’è da chiedersi quali siano mai i conti e i preventivi del ministro e quelli decifrati con rara perizia e accresciuto zelo dai suoi funzionari nell’incontro “chiarificatore”, di qualche giorno fa a Lucca con i tecnici delle amministrazioni decentrate.

È legittimo allargare il fronte delle ipotesi e delle considerazioni? Nel senso di vedere nel decreto (di cui l’art. 3 è in realtà solo una parte) un ennesimo tentativo di sottrarre autonomia e potere agli organi decentrati dello stato, di precostituire una risposta alle richieste di riforma della finanza locale (senza di che nessuna razionalizzazione o programmazione è possibile) appena formulate unitariamente dall’Anci a Palermo? Di costringere i comuni a trasformarsi in semplici agenzie terminali dello stato? Di contrarre o annullare il sistema pubblico dei servizi e di espandere l’intervento e la presenza del privato?

Un’operazione questa molto seducente per qualcuno, dai risvolti ideologici precisi. Gravemente pericolosa e perversa in una situazione che non abbisogna di perdere colpi nemmeno nei servizi e tanto meno di riaprire battaglie manichee di ritorno indietro della donna e della famiglia. O di costringere la famiglia ad auto caricarsi di tutta quella gamma di servizi di cui essa ha assoluto bisogno per organizzarsi e difendersi ma di cui hanno necessità soprattutto i gruppi privilegiati, che qualificano l’organizzazione del lavoro e del profitto, e che conoscono bene l’arte di come disfarsi di ogni istituzione non profit, non business.

La questione non è solo dell’Italia: “tagliare i servizi” è la parola d’ordine della filosofia reaganiana che riapre discriminazioni, emarginazioni a non finire. Anche in Inghilterra come negli Stati Uniti gli attacchi all’Equal Opportunity e all’Equal Rights Act a difesa della donna e delle madri, vengono portati con sempre maggior veemenza.

In Italia la questione però mantiene una sua specifica complessità una sua obiettiva capacità di resistenza, vuoi perché dietro ai servizi c’è stata e c’è (anche se diminuita) un’alta pratica di mobilitazione politica, vuoi perché nelle sue regioni più avanzate la realizzazione dei servizi per i bambini e per le donne hanno raggiunto quote di significazione culturale e di integrazione col mondo del lavoro non facilmente eliminabili a colpi di decreto.

4.

Se le cose stanno così una riflessione si impone circa le attenzioni diminuite nei confronti dei servizi sociali e dell’insostituibilità del ruolo dei comuni da parte delle forze politiche, delle organizzazioni sindacali e femminili anche progressiste e laiche. Di lì è passato questo incredibile, rozzo decreto. È nei servizi sociali e nelle strutture assistenziali e educative che stanno anche i segni di una società moderna e una parte, non piccola, dei problemi concreti della gente. Ogni abbassamento dell’attenzione può permettere l’apparizione di un decreto 786.

 

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