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La grammatica della fantasia – giugno 1991

Loris Malaguzzi

Pedagogista


Pubblicato in “bambini”, giugno 1991, Elemond, Milano – pp. 13-15

Fuori dalle nicchie di quiete personale stanno il pensiero e il sognare in grande

 

Non sarà facile per gli amici svedesi senza una conoscenza diretta della produzione di Gianni Rodari e in particolare di quella rivolta ai bambini e ai ragazzi, comprendere appieno i motivi e i perché di questo trattato di logica fantastica, la grammatica della fantasia.

In effetti sono in difficoltà anch’io e non so che pesci pigliare.

Potrei cercare di raccontare che pensa Rodari dei bambini e dei ragazzi e dei messaggi che loro invia. Ma ho paura di essere un medium troppo di parte e inconcludente. Meglio un quadro dai concetti più generali che strappo da un saggio di Rodari intitolato “Pollicino è utile ancora” e che anticipa di cinque anni la filosofia di fondo della grammatica della fantasia:

“Io penso che l’immaginazione infantile abbia bisogno delle nostre cure almeno quanto ne ha bisogno la serietà scientifica; che la fantasia sia elemento fondamentale di una personalità completa, che l’esperienza del meraviglioso, dell’avventuroso, del comico, dell’umano che le fiabe possono offrire al bambino sia un’esperienza utile alla formazione della sua personalità.

La società vuole da mio figlio, immagino, un buon tecnico, un diligente esecutore, un uomo pratico e concreto, e non le interessa che egli si appassioni alla musica o alla letteratura, alla storia o alla politica; giudica dannosi e pericolosi i suoi sogni; insomma non sa che farsene della sua immaginazione e fa il possibile per amputargliela con una lunga operazione chirurgica che si fa, generalmente, nella scuola.

Tocca a me difendere mio figlio da questa amputazione.

Da questo punto di vista la fiaba, cioè, in apparenza, la cosa più inutile che ci sia, mi sembra invece uno strumento prezioso: nutrendo la capacità di immaginare, mobilitando le risorse della fantasia infantile, essa non distoglie il bambino dall’osservazione e riflessione sul reale, dall’azione sulle cose ma fornisce all’osservazione, alla riflessione, all’azione una base più ampia e disinteressata; crea spazio per altre cose che “non servono a niente”, come la poesia, la musica, l’arte, il gioco, cose che riguardano direttamente la felicità dell’uomo e non la sua utilizzazione in una qualsivoglia macchina produttiva”.

Ma se qui c’è una rappresentazione direi filologica e fisiologica della natura e dei valori dell’immaginazione subito riflessa negli insulti che essa e la formazione del bambino possono subire, cinque anni dopo nella grammatica della fantasia sarà possibile leggere, in una coerente progressione, non solo la naturale impennata dell’immaginazione verso la creatività ma anche e soprattutto un quadro compatto che conclude – in modo più efficace di qualsiasi documento pedagogico – una definitoria dimensione dell’uomo visto e proiettato nella sua interezza:

“La mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni. Le fiabe (ascoltate o inventate) non sono tutto quello che serve al bambino. Il libero uso di tutte le possibilità della lingua non rappresenta che una delle direzioni in cui egli può espandersi. Mais tout se tien come dicono i francesi. L’immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà i suoi strumenti su tutti i tratti dell’esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma all’uomo intero”.

Questo richiamo costante tra cielo e terra, voglio dire tra idealità e terrestrità, tra il volo delle fantasie e lo strisciare del reale, tra progetto e conformismo fu la forza vera, (in tempi in cui il solo battito d’ali della colomba di Picasso seminava scandalo e paura) di Gianni Rodari e che lo fa singolarissimo nella storia degli scrittori per l’infanzia. Stringere i due mondi, del possibile e dell’impossibile richiede la gioia, la sofferenza e l’ottimismo di una partenza senza arrivi anche quando potresti (o illuderti) di riposare.

Gianni Rodari era fisicamente questa metafora, forse presa in affitto per tutta la vita, da quell’altra splendida ed estenuante metafora di Wittgenstein:

Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in un certo senso ideali ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo cambiare: dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno scabroso“.

Se il terreno scabroso è l’unica realtà che consente sia di muoversi che di cambiare – ed è così anche per i bambini – a quali strumenti ricorre il poetare e il raccontare di Rodari?

Dalla cassetta degli attrezzi Rodari estrae la PAROLA: la PAROLA come immagine, significato, senso e poi come forma, suono, analogia, memoria, traccia dell’inconscio.

Ma non un mondo di parole, formato, definito, ordinato che cresce per arricchimento innato e regolare come dicevano i generativisti chomskiani e, ancora oggi, buona parte della linguistica.

Un mondo invece in perenne movimento su un terreno scabroso, irregolare, ribelle ai canoni, desideroso di deragliare dai binari, innamorato degli scatti dell’intelligenza e della fantasia.

In questo senso, come acutamente rilevava Tullio De Mauro, il più illustre dei linguisti italiani, Rodari è un plurilingue, capace di rimettere in gioco, ad ogni pagina, le istituzioni linguistiche consolidate.

Come?

Mettendo in urto una parola contro l’altra, obbligandole a stare insieme nel medesimo contesto, spezzando le regole del gioco e facendo di questo continuo lavorio di reinvenzione linguistica il perno della sua scrittura: in questo modo scoprendo il possibile, il senso del non senso, la serietà dell’assurdo che è, come avverte un altro poeta Alfonso Gatto, la vita vivente sciolta dalle inibizioni e dalle paralisi.

Pare esplicito che Rodari batte piste famose: quelle dei formalisti russi e dei surrealisti (Sklovsky, Eluard, Breton) che avevano decretato la necessità di straniare le parole per rinnovare i circuiti comunicativi. Quelle degli Ernst, Klee, Mirò, Mondrian, Picasso che avevano cercato rotture e ricostruzioni figurative.

Quelle di Propp tese all’analisi sintattica delle favole.

Quelle di Dewey, Piaget, Wigostskij, Freinet – ciascuno con le sue abiure – profondi innovatori dell’educazione infantile.

O quelle, per finire, dei limerick e dei nonsense di Lear e di Carroll, le più sottili ed eleganti trasfigurazioni linguistiche si conoscano.

Tutti modelli, del resto, che Gianni Rodari aveva studiato con ammirazione e con cui non poteva che essere fedele alleato.

La maggiore confidenza acquisita con Gianni Rodari che spero di avere avviato con queste note, dovrebbe consentire ai lettori di entrare con eguale maggiore confidenza nelle trame visibili e sotterranee della Grammatica della fantasia.

Il titolo è affascinante soprattutto perché adopera volutamente la seduzione dell’apodittico e del certo, laddove si pensi che esso esaurisca gli interrogativi, gli enigmi, le speranze che culturalmente e scientificamente accompagnano la ricerca e la cattura della fantasia. Come a dire un’avventura in qualche modo conclusa con la scoperta di una grammatica puntualmente garante di procedure vittoriose.

In realtà l’accoppiamento di grammatica e fantasia è uno dei tanti binomi, scontri di parole, che generatori di significati inattesi, rappresentano il divertissement creativo di Rodari: una specie di imbroglio che avverte il lettore (piccolo o grande: che sia) della caducità delle cose dichiarate. Il viaggio verso la fantasia è solo cominciato o ricominciato. Così è appena cominciata o ricominciata la grammatica, in sostanza un’astronave lanciata nello spazio, che tenta vie e traiettorie incerte per arrivare al bersaglio.

Del resto, Rodari lo dichiara subito. Quando scrive che la grammatica non è né una teoria dell’immaginazione infantile, né una raccolta di ricette, né un congegno per produrre storie ma solo una proposta da mettere accanto alle altre che tendono ad arricchire di stimoli l’ambiente (casa o scuola non importa) in cui il bambino cresce e perché il bambino si impadronisca di quelle qualità che si manifestano nel processo creativo.

In realtà il libro è un intreccio di proposte che offrono il meglio se riscavate e riattualizzate in una lunghissima nicchia di incubazione del pensiero.

A cominciare da quel suo titolo che abbiamo indagato e che è l’emblema di una perfetta annunciazione di un perfetto anagramma dell’infinità di tesi che l’opera contiene.

Di nuovo la cronaca, da parte sua, è lì pronta a raccontarci che Gianni Rodari aveva incontrato la folgorazione all’età di 18 anni quando nelle sue scorribande letterarie e filosofiche aveva inciampato nelle due righe dai “Frammenti’ di Novalis “se avessimo anche una fantasia, come abbiamo una logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare“. Due righe possono accendere il falò di una vita. Per Rodari lo fu: sulla congettura di Novalis ci lavorò silenziosamente per 34 anni. Aveva 52 anni quando nel 1972 decise di pubblicare la Grammatica della fantasia.

Stupirà la caducità di cui ho appena parlato e la intensità della fedeltà riflessiva e rifinitrice di Rodari. Ma in effetti è una lezione in più e il suggerimento di un metodo.

Una lezione che ci ammonisce a non pensare che il pensiero e il testo rodariani siano facili. Né che le tante esemplificazioni sull’arte di inventare storie, di ricostruire i giochi e le funzioni disvelate delle carte di Propp o di confessare le personali procedure inventive – in definitiva i piccoli e grandi congegni che muovono e sobillano la mente dei bambini e dei ragazzi – siano materia facilmente ritrasferibile da parte di genitori e insegnanti in esperienza e operatività educativa.

La data di nascita del libro non tragga in inganno: i suoi sortilegi (quelli di Rodari) hanno i tempi dei precursori e ancora oggi valgono per intero. I lettori se ne accorgeranno solo che accompagnino la lettura con uno sguardo attorno.

Questo titolo di merito è quello che Gianni Rodari non voleva. Le sue speranze erano altre. Aveva fretta.

Fantastica è la velocità con cui si sta realizzando questo progetto” scriveva pochi giorni prima di arrivare a Reggio Emilia per discutere la stesura definitiva della sua Grammatica della fantasia. Dal 6 al 10 marzo1972. “La settimana più bella della mia vita“. Il progetto andò velocissimo. La fantastica, che è una metafora più terrena di quanto si pensi, fa ancora i conti con i giorni e con i fatti.

Ma è ancora qui a dire la sua.

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