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Io e Pepper, storia d’amicizia e crescita

Ursula Gruner

Formatrice


Un ginocchio sbucciato diventa metafora dell’amore per le imperfezioni, una storia di crescita. La ferita come opportunità di sviluppo e di consapevolezza. La sbucciatura concentra tutta l’attenzione dello IO narrante su di sé, focalizza tutte le attenzioni e il sentire. Alemagna cura le parole e l’illustrazione, l’intreccio fra questi due elementi rappresenta la cifra poetica dell’autrice. Alemagna crea a partire dalle piccole disavventure quotidiane un pensiero profondo e ampio. I suoi libri non sono mai didascalici, ma leggeri, balsamici. Infatti, l’autrice ha detto in un’intervista: Mi dispiace quando si vede solo uno dei lati del libro.

C’è il rischio che qualcuno potrebbe considerare questo albo come il racconto della sbucciatura di un ginocchio. Ma proprio questa è una prospettiva troppo ristretta. Già la copertina ci fa entrare in un fantastico mondo decisamente intimo. La bimba si piega ed entra in confidenza con il proprio corpo, il dolore, il tormento che porta verso il grande mistero dell’intimità. Straordinaria è la raffinata abilità dell’artista a rappresentare i movimenti e gli stati d’animo della protagonista.

La chioma arancione della bimba spicca su ogni pagina e decora anche la seconda di copertina, durante la caduta i capelli arancione toccano il selciato, coprono gli occhi della bimba disperata e si uniscono con i capelli rossi del padre mentre lui cura la ferita. (guardate il libro in originale, i colori sono intensi e parlano). Che forza simbolica in questa immagine d’intesa fra padre e figlia, il tocco delicato del padre che si unisce alla disperazione della bimba per contenere la sua tristezza. La cura che sa accogliere e accompagnare; come poi la madre che… l’ha spalmata di crema. Subito ci viene in mente il libro della Alemagna: Le cose che passano (vedi n. 05/23 Zeroseiup Magazine).

Parafrasando quel libro diciamo: Tutto passa anche la crosta, ma la cura di papà e mamma rimangono e sono legame permanente.

Con un salto Alemagna ci porta a un altro focus: So bene che tutti i bambini hanno delle croste, anche molto strane e brutte, ma la mia era la peggiore di tutti. La chiarezza delle parole non lascia dubbi, nel momento del dolore non mi consola il male degli altri, la mia crosta è la peggiore di tutti e io sono da sola a fare i conti con la ferita. Simbolo dei momenti di solitudine quando dobbiamo affrontare le prove della vita, come nella tradizione delle fiabe, quando i protagonisti devono superare le prove in solitudine per salire dal buio alla luce. Il rapporto si intensifica finché l’IO narrante dà un nome alla crosta: Siccome mi seguiva ovunque, le ho dato il nome del cane di mio zio: Pepper. Da questo momento la crosta prende vita e dice la sua anche protestando per il suo nome orribile.

Comunque Pepper, la ferita, o meglio la crosta, ha un nome e acquista personalità, parla con saggezza: “Vuoi che me ne vada, vero?”. “Sì, per piacere” “No, cara, dovrai avere pazienza.” Che roba difficile la pazienza! Un tema che trapela in tutta l’opera: per maturare ci vuole tempo e fiducia.

La poetica della Alemagna apre tante porte e tanti collegamenti. Solo una pagina più avanti l’autrice ci conduce nel collegamento fra la vita dei nonni e di chi ha vissuto molto meno anni e anche tra chi vive in città e chi vive in campagna.

 

I miei nonni vivono in campagna. Quando mi hanno visto, hanno notato a malapena Pepper.   Penso che i nonni ne abbiano viste troppe, di croste, nelle loro lunghe vite.

Non possiamo dimenticare la frase di Jella Lepman, I libri sono educatori silenziosi. I libri di Alemagna ci portano in un mondo fantasticamente misterioso che esprime in modo delicato il nostro rapporto con l’anima che ha le sue cicatrici. Questo libro ci ricorda la frase di Michela Murgia che parla della malattia come di una parte intima di se stessa: Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. (…) Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno. La ferita come parte integrante dell’identità. Parliamone in un’epoca in cui ci vengono offerti continuamente modelli senza cicatrici, rappresentazioni della perfezione.

Comunque, anche questa crosta cade e la bimba celebra un funerale per Pepper, chi ha un nome non può essere semplicemente buttato nella spazzatura. Poi l’ho presa e l’ho deposta delicatamente tra i papaveri. Quanti significati in queste precise parole e nell’immagine del campo di papaveri: l’arancione dei papaveri, identico a quello dei capelli e a Pepper. Alemagna vive in Francia e i papaveri evocano ogni anno la ricorrenza della liberazione. La crosta ora non c’è ma la memoria rimane, una cicatrice sul ginocchio:

Un segno che mi ricorda l’odore dei giorni in campagna, le lacrime di quando piangevo come una bimba piccola per le ginocchia sbucciate e di quando non avevo ancora un cane.

Parole poetiche della ragazza adulta che si ricorda i tempi dell’infanzia, prima che arrivasse il cane, con cui facciamo conoscenza nella pagina seguente, arancione anche lui e con un nome: Perlina: un nome stracarino.

 

 

L’ultimo pensiero dell’IO, evocato dalla lezione sul corpo umano in classe: …mi chiedo dov’è Pepper, adesso. Già, dov’è la parte della nostra storia che ha fatto di noi quello che siamo ora? Alemagna fa vedere che un corpo è più che la sua anatomia. Il mondo di Alemagna è un viaggio di ricerca identitaria, è un piacere affrontarlo insieme a lei. Per chi lavora con bambini e bambine è un albo indispensabile da godersi insieme senza spiegare niente, perché i pensieri e i sentimenti si liberano leggendo, guardando, ascoltando, accompagnando IO e Pepper: sull’albero, a fare una torta con la nonna in campagna o meditando la cicatrice. Con i genitori è un viaggio per

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