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I “treni della felicità”

Marica Marcellino

Già responsabile pedagogica nei servizi educativi del Comune di Torino


una storia ritrovata, tra prove dei bambini e solidarietà degli adulti

Dicevano: “Andate in Alta Italia? Attenti che quando arrivate i comunisti vi trasformano in sapone!”
Allora spaventata dissi: “Io non ci vado più.”
Mio fratello e mia sorella, invece che erano più piccolini, dicevano: “Andiamo, andiamo col treno! Non l’abbiamo mai preso il treno.”

(Luigina, 13 anni, Lazio)

 

Quei bambini che avevamo accompagnato su che erano come degli scheletrini… quando tornarono avevano cambiato aspetto e avevano il ricordo dell’Emilia, come fosse stata la storia di Bengodi; invece era il luogo dove famiglie di operai e contadini comunisti li avevano aiutati ad uscire da una condizione di miseria che avrebbe potuto veramente distruggerli.  

Miriam Mafai, organizzatrice

 

 

Arrivo treno della felicita bambini romani a Modena 1948, Camera del Lavoro Istituto Storico

 

 

Di questi giorni la notizia che la regista di teatro Laura Sicignano presenterà a Savona, Genova, e in altre città, il suo nuovo spettacolo dal titolo I treni della felicità.

Ancora una volta la storia straordinaria della partenza, nel secondo dopoguerra, di migliaia di bambini del sud verso famiglie dell’Emilia Romagna e altre regioni del centro Nord, riemerge dal passato, con un andamento carsico.

E porta all’attenzione di un paese spesso immemore o ignaro non solo un’appassionante riscoperta storica, ma anche un prezioso serbatoio di riflessioni sulle forme in cui si possono sviluppare anche oggi, in una società così complessa e contraddittoria come la nostra, la solidarietà e la cura nei confronti dell’infanzia.

Personalmente devo al documentario Pasta nera, realizzato da Alessandro Piva con la consulenza storica di Giovanni Rinaldi, presentato nel 2011 alla Mostra di Venezia, la conoscenza di questo importantissimo, quanto dimenticato, episodio di storia italiana.

Svolgendo una ricerca sulla rivolta pugliese di San Severo del 1950 nel suo prezioso libro I treni della felicità[1], Giovanni Rinaldi ha scoperto che i figli dei braccianti incarcerati erano stati affidati a famiglie del centro nord. Ma questa pratica solidale, nata da quella particolare emergenza sociale, era solo un’appendice di una storia ancora più grande.

Tra il 1947 e il 1952 migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord aprirono le loro case a oltre 70 mila bambini provenienti dalle zone di antica miseria del Meridione. L’iniziativa si trasformò in poco tempo in un movimento nazionale, che trovava le sue radici nei valori della Resistenza e nel clima di collaborazione tra le forze antifasciste per la ricostruzione del paese.

Le donne della neonata UDI, Unione Donne Italiane, misero in campo un’enorme macchina organizzativa per trovare soluzioni concrete e non differibili ai gravissimi problemi del periodo, supplendo talvolta all’insufficienza delle istituzioni.

In ogni città si organizzarono rapidamente comitati che riuscirono tra mille difficoltà a trasferire bambini denutriti e spesso lasciati a se stessi in una rete vasta e accogliente di famiglie, che seppero garantire loro una crescita non solo fisica, ma psicologica e educativa. Fondamentale, in tutte le situazioni, fu l’offerta di quattro elementi semplici e basilari: “calore, cibo, vestiti, scuola”, come analizza lo storico Bruno Maida.

Nel documentario di Alessandro Piva i protagonisti, ormai nonni, rievocano il primo viaggio in treno della vita, il traumatico distacco dai genitori e dal proprio quartiere o paese, e l’inserimento, dapprima carico di paura, in un’inedita situazione di sicurezza materiale e affettiva. Il soggiorno presso le famiglie durò da pochi mesi a qualche anno, ma creò legami di affetto e appartenenza che proseguirono anche dopo il ritorno a casa e condizionarono radicalmente le prospettive future dei bambini.

 

Bambini napoletani
ospitati a Mirandola, 1946. UDI Mo

 

I ricordi carichi di emozione e, talvolta, di umorismo, dei protagonisti, si alternano ai racconti di attiviste dell’UDI e ai rari documenti dell’Istituto Luce o di archivi fotografici privati. Ne emerge un racconto a più voci, efficacissimo, dell’impegno dei tanti, individui e organizzazioni, che in uno dei periodi più travagliati della storia italiana realizzarono un’impresa esemplare di solidarietà tra Nord e Sud.

Negli anni successivi la storia dei “treni della felicità” non è fortunatamente tornata nel dimenticatoio ma è stata ripresa in diversi contesti, in altri documentari[2] e spettacoli teatrali, in trasmissioni televisive e nelle dichiarazioni dei politici, anche sull’onda della feroce polemica scoppiata intorno al caso di Bibbiano e all’istituto dell’affido.

Nel 2019 il romanzo Il treno dei bambini[3] di Viola Ardone si è ispirato a quella storia per raccontare il percorso di crescita fino all’età adulta di Amerigo, un bambino dei vicoli napoletani di sette anni affidato a una famiglia di contadini emiliani.

Del 2020 è la pubblicazione del volume I treni dell’accoglienza[4], ultimo contributo dello storico Bruno Maida sul rapporto tra infanzia e guerre del Novecento.

Nella sua pluriennale ricerca storiografica Maida ha ricostruito le esperienze di bambini e ragazzi sottoposti ai drammi della storia, con uno sguardo particolarmente ampio e approfondito sui bambini della Shoah, ma con un riferimento costante anche alla presenza dei bambini nelle guerre contemporanee e nelle odissee dei migranti.

La storia dei “treni” non può non rimandare alle cronache odierne, ai bambini che tuttora sono travolti da vicissitudini che solo qualche decennio fa avremmo ritenuto circoscritte a un remoto passato o alle pagine dei romanzieri dell’Ottocento.

Bambini e ragazzi che affrontano brutali distacchi dai parenti per avventurarsi da soli in viaggi lunghi e pericolosi dall’Africa o dall’Asia verso l’Europa. Bambini e ragazzi che hanno visto i loro genitori sparire per strada o subire maltrattamenti disumani.

Queste loro storie spuntano tutti i giorni tra le righe dei giornali, nelle pagine web o nei servizi televisivi. Li si avvista nei barconi partiti dalla Libia, tra i profughi fuggiti dalla Siria o dal Pakistan, nelle famiglie separate ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti, o, notizia ancora più recente, nella deportazione di bambini ucraini organizzata dal governo russo. Ma il loro ricorrere quasi giornaliero in mezzo a tante altre notizie corre il rischio di attutirne la carica di scandalo e urgenza.

 

Qualche anno fa i giornali hanno pubblicato la storia di Hilal, un ragazzo afghano orfano di padre che alla fine degli anni Novanta è stato arruolato a forza dai terroristi per fare il baby kamikaze. Hilal rifiuta tre volte di fare il martire, è picchiato ed ustionato con olio bollente, ma riesce a scappare per le montagne. Un uomo lo ospita e lo cura fino a quando non è in grado di mettersi in viaggio. Il ragazzo peregrina per anni tra Iran, Turchia e Grecia, fino a quando riesce a infilarsi sotto un Tir e a raggiungere l’Italia. Qui un’associazione di Roma lo accoglie, lo aiuta a superare i traumi e a ritrovare una prospettiva di vita. Hilal viene iscritto a un corso di pasticcere e diventa così bravo a appassionato per quel mestiere che il titolare della pasticceria lo assume stabilmente. Da allora, come racconta in una video intervista, sogna di diventare il più bravo pasticcere di Roma.

Hilal si è salvato grazie ad un accordo istituzionale tra la polizia che l’ha fermato e la casa famiglia di Torre Maura che l’ha preso in carico insieme con altri minori. Gli operatori del centro hanno saputo curare le sue ferite e indirizzarlo verso uno sbocco positivo, difficilmente immaginabile dati i presupposti di partenza.

Un’associazione di adulti, una rete tra soggetti diversi impegnati in un comune protocollo è riuscito a fare la differenza tra il destino sfortunato di un ragazzino e la possibilità di ricostruirsi la vita lasciandosi alle spalle alcune delle esperienze più tragiche che possono accadere ad un bambino.

È confortante pensare che il percorso iniziato tanti anni fa dall’UDI ha lasciato un’eredità, ha continuato ad agire sotto varie forme fino ad oggi, ha preparato la costruzione di un sistema nazionale di interventi sull’infanzia e sull’adolescenza molto articolato e complesso, tanto che non è semplice ricomporre un quadro chiaro delle varie culture della cura che ne sono emerse e che talvolta si combattono.

Ne fanno parte enti pubblici e associazioni del privato sociale, esperti psicopedagogici e autorità giudiziarie, figure amministrative e rappresentanti del volontariato.

Ma si tratta di un sistema che è stato messo in crisi dalla riduzione progressiva di risorse, aggravatasi per le scelte di una politica che o non ha trovato soluzioni di difesa contro l’ondata della crisi economica o ha decisamente combattuto i principi e le linee di intervento dei servizi sia in ambito nazionale sia locale.

Sicuramente la cultura e la pratica dell’affido hanno costituito una delle vie principali per “evitare ai bambini il ricovero in istituto e favorire la deistituzionalizzazione dei minori ricoverati”, come recita il testo della deliberazione del Comune di Torino risalente al 1976, che per prima in Italia ha individuato in questa formula uno strumento di politica attiva a favore delle famiglie temporaneamente inadeguate a garantire una crescita equilibrata dei figli.

Solo nel 1983 una specifica Legge dello stato, la n. 184, ha normato a livello nazionale gli istituti dell’affidamento e dell’adozione.

Dal 1976 ad oggi il Comune di Torino ha ulteriormente approfondito le questioni dell’affido individuando nuove forme, come l’affidamento a parenti, l’inserimento di bambini disabili in famiglie affidatarie, l’affidamento diurno, l’avvio delle Comunità Famigliari per un massimo di quattro e poi sei minori, il “Progetto Neonati” per i casi seguiti dall’autorità giudiziaria, i progetti di autonomia per ragazzi maggiorenni che non possono rientrare nella famiglia d’origine. Fino a sperimentare un affidamento non solo del minore ma di tutto il suo nucleo famigliare ad un’altra famiglia in grado di offrire competenze e risorse.

Gli adulti che stanno a contatto tutti i giorni con bambini e adolescenti, in particolare gli appartenenti alle cosiddette helping professions, conoscono da vicino storie di bambini messi alla prova da perdite e distacchi. Nel caso di bambini immigrati l’allontanamento dal paese d’origine, la perdita di rapporti regolari con nonni, zii, cugini, le difficoltà linguistiche, la fatica di far convivere le regole e gli stili di vita della famiglia con quelli dei compagni italiani, rendono ben più impegnativo il percorso di crescita e di costruzione del sé. Nel caso dei bambini italiani si sfiorano situazioni di povertà famigliare economica ed educativa, inadeguatezza genitoriale provocata da cause diverse, quando non si incappa in casi di maltrattamenti o abbandoni.

Quel che colpisce nelle interviste degli ex bambini dei “treni”, nel racconto a lieto fine di Hilal, nei bambini che giocano nei campi profughi di varie parti del mondo, è la capacità di resistere e continuare a crescere. Di fronte a situazioni apparentemente insormontabili, molti riescono non solo a reggere fisicamente disagi e pericoli, ma a far emergere una spinta vitale, a puntare sulle proprie forze psichiche e passioni per proiettarsi in un qualche futuro.

I bambini del sud contenti di salire per la prima volta su un treno che li porterà verso l’ignoto senza il sostegno degli adulti; il dodicenne che sfugge a una banda di terroristi spietati e si aggira da solo per l’Europa con lo scopo di arrivare nel “paese a forma di scarpa” che l’ha incuriosito da bambino; la passione per la pasticceria di Hilal; l’attaccamento per un violino, perduto e ritrovato, che porterà Arrigo, lo scugnizzo del romanzo di Ardone, a coltivare il proprio talento e a diventare un musicista affermato; in tutti questi casi, i bambini e i ragazzi sanno trovare la forza di andare avanti senza subire passivamente gli ostacoli gravissimi, che la sorte ha posto loro davanti.

Questa capacità di resistere, queste risorse apparentemente nascoste e misteriose, non possono non interessare chi si occupa di bambini e ragazzi. Accanto alla giusta considerazione delle sofferenze e dei blocchi che segnano le vite di tanti di loro, è altrettanto importante prendere atto di queste parti reattive della personalità, per non perdere di vista la complessità della costruzione di sé che ogni bambino sperimenta. E soprattutto, per non perdere l’occasione di individuarle e coltivarle nel difficile accompagnamento dei loro percorsi di crescita ed educazione.

Soprattutto se si tiene conto che mai come adesso i bambini e i ragazzi sono portatori delle contraddizioni e polarità di una società estremamente diversificata, progredita e regressiva, carica di opportunità ma anche di elevati rischi di fallimento.

 

 

[1] Giovanni Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie. Futura Editrice 2009.

[2] Ricordo almeno Gli occhi più azzurri. Una storia di popolo, di Simona Cappiello e Manolo Turri Dall’Orto, 2011

[3] Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi 2019

[4] Bruno Maida, I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra, Einaudi 2020

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