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I diritti del bambino dal 1912 al 20 novembre 1989

Dario Arkel

Pedagogista e docente universitario


Alla base della “Convenzione di New York” del 1989, sta un “documento polacco” prodotto nel 1979. Si tratta del “Testo dell’appello di pace al mondo nell’anno internazionale del bambino” redatto durante la Giornata del bambino di Varsavia. I partecipanti ai lavori, (pedagogisti, psicologi, storici, filosofi e sociologi), si adoperarono affinché tutti i popoli del mondo si impegnassero a sottoscrivere la base filosofica di quella che il 20 settembre del 1989, con risoluzione dell’ONU, sarebbe stata riconosciuta come “Convenzione sui diritti del fanciullo”, detta anche “Carta di New York”[1].

Bisogna inoltre informare che durante le giornate polacche dell’aprile del 1979, tutto era legato a Janusz Korczak e che la Sessione scientifica internazionale si tenne appositamente nel centenario della sua nascita (riportata al 1879) come segno di riconoscimento verso la sua persona e la sua opera.

Korczak fu sempre con i bambini più sventurati, gli orfani ebrei, fino a condividerne consapevolmente la morte. Nel clima della Varsavia russo-imperiale della cosiddetta Repubblica del Congresso, nel 1911 era infatti riuscito a costruire il Dom Sierot, vale a dire la “Casa degli orfani”, e a fare di questa casa una meraviglia, una casa c he poteva significare l’evoluzione dell’esperienza di Pestalozzi a Stans – andando però oltre, perché i tempi erano cambiati e perché Korczak si rifaceva -come abbiamo visto nel numero 2 del Magazine – la “peer education”, così come il “soggetto monitore”, che adesso si chiama “mentor”. Si tratta di tecniche “occidentalizzate”, globalizzate e portate a sistema da una lingua come l’inglese/americano utilizzata anche in pedagogia, ma che possiedono invece una radice che viene dall’Europa Centro-orientale connotata dall’evoluzione del pensiero educativo ebraico – pur considerando, per quanto riguarda specificamente il mentoring, anche le esperienze di Bell e Lancaster, avvenute in India, alla fine del’700.

Nel 1911, aveva inaugurato il Dom Sierot, dando vita ad una casa completamente autonoma nella gestione della quale i ragazzi hanno parte attiva.

Dell’autonomia che poteva esserci in questo grande palazzo, ci parla Korczac, in un libro, Il diritto del bambino al rispetto[2] (1911-12), nel quale si fa esplicito riferimento ai tre diritti fondamentali che però non possono essere annoverati tra i diritti istituzionali di cui ci siamo occupati sinora, ma diritti fondamentali della vita, diritti che si possono ricollegare ai diritti reali e viventi.

Janusz Korczak ha avuto la grande intuizione del diritto al rispetto, ovvero dei diritti reali e viventi; ci penseranno poi gli altri a istituzionalizzare il suo dire, come si deve ed è importante che sia. Già nella Dichiarazione di Ginevra del 1924, la Carta del 1923 di Eglantyne Jebb,[3] prendeva spunto dai suoi scritti.

 

Korczac infatti, già nel 1912 osservava tre diritti fondamentali che nel corso del tempo si sono rivelati imperituri:

  1. Il diritto del bambino al rispetto in quanto bambino, cioè il diritto del bambino ad essere quello che è, la PERSONA che è. Supponiamo che un genitore dica al “suo” bambino, «mi piacerebbe se tu fossi bravo a scuola come il tuo compagno di banco». Ci fa rendere subito conto della sciocchezza della frase. In un attimo tutto crolla per il bambino, tutto il legame affettivo viene disarcionato, distrutto, messo in discussione da parole ben più che maldestre. Per questo si dice che i diritti dei bambini sono i doveri degli adulti, e i doveri degli adulti devono considerare un modo diverso di dialogare con i bambini, perché non vengono prima loro, gli adulti, ma il contrario.
  2. Rispettare il tempo del bambino: che si divide in tante scaglie sulle quali possiamo ragionare. Il tempo del bambino nella ricezione di una parola, nel riuscire a organizzare un discorso, il tempo a capire qualcosa che gli sembra impossibile da capire come il linguaggio di un adulto, perché certe volte è così – e l’adulto tende a dire «accidenti, ma come fai a non capire?», e anche qui non ci siamo. Rispetta il tempo del bambino, dagli le tracce da seguire, come Pollicino che con le briciole ritrovava la strada. Dagli queste briciole, perché il bambino trovi la strada che magari tu vuoi che trovi; indicagli soltanto una strada – poi magari ne sceglie un’altra, quando incomincerà a scegliere. A questo punto avviene la fioritura del bambino, del piccolo che trova praticamente il dialogo con se stesso e il dialogo con l’altro, e può fonderli in un unico dialogo e quindi crescere in quello che si chiama apprendimento. Il bambino, a differenza dell’adulto, vive l’opportunità del tempo. Per un bambino, un momento può non finire mai e restano sempre due minuti di orologio; così come sei ore possono apparirgli due minuti. Ecco il bambino è un genio creativo, in questo senso, ha tutte le carte a sua disposizione. Attenzione però perché si introduce un terzo elemento, che è il più controverso ma bisogna comprenderlo.
  3. Il diritto del bambino alla morte. Il diritto del bambino alla morte significa in sostanza il riconoscimento della sua interiorità, il senso del suo agire. Per noi è più facile comprendere il senso dell’agire di un altro adulto, ma generalmente non cerchiamo di capire se hanno senso le azioni del bambino perché, in mancanza di un ruolo prestabilito, il bambino resta “vagante. Il diritto alla morte è il diritto del bambino ad essere considerato anche oltre il corpo fisico, ma nella sua intenzionalità. Il perché è insito nell’interiorità simultanea del bambino: potremmo chiamarla anima, oppure forza di volontà, ma è proprio questo che gli adulti devono ricercare: il perché delle sue azioni. La rivelazione non avrà esito, ma attraverso la ricerca l’adulto restituisce al bambino la sua interezza, tra libertà e sentimento, sia del suo corpo fisico, sia di tutto quello che non si vede ma che c’è, intuire, osservare, ascoltare, stare accanto.[4]

Cerchiamo di fare una campagna perché le famiglie siano virtuose, riprendano in mano questi termini e non considerino il bambino come una proprietà che si può vedere quando si vuole (poco e male, soprattutto) e per il resto del tempo faccia soltanto il figlio, e cioè sia conforme all’andazzo della cosiddetta società.

 

La Convenzione di New York del 1989, ci avverte che fino a 18 anni un minorenne va chiamato bambino e ci dice che ogni azione esercitata da adulti intorno a lui, deve corrispondere al principio del “Superiore interesse del minorenne” (si pensi alle azioni di un Tribunale per Minorenni, ad esempio). Korczak era naturalmente su questa linea, ne fu l’ispiratore. Ma in tutti i 54 articoli della Convenzione si respira poco di quell’afflato portante e dirompente che è il riconoscimento del valore dell’interiorità che sta alla base del riconoscimento della dignità dell’Essere. Korczak, probabilmente, se avesse preso parte alla stesura della Convenzione, sarebbe forse partito dall’insegnamento cardine contenuto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. In essa, all’art. 3, si può intravvedere l’essenza più vera di tutti i trattati sui Diritti: si parla infatti di Rispetto per la vita, separandolo dai Diritti alla libertà e alla sicurezza. Questa separazione fa sì che l’accento venga posto sull’insieme della vita della persona che non è fatta solo di azioni del vivere, azioni reali e concrete; ma anche sull’indole e lo spirito, la creatività, l’amore e la sofferenza, il ben-essere. Questa voluta separatezza, riunificando l’uomo in termini olistici, lo differenzia del resto degli esseri viventi per la sua intenzionalità, innovazione e imprevedibilità, la possibilità di scegliere e decidere. Il contenuto filosofico della vita è ciò che di un uomo non si vede e si può non percepire, ma è il motore dell’animo profondo. Quanto vorremmo prima di tutto rispettato nel bambino.

 

 

[1] Si tratta della Convenzione sui diritti del fanciullo adottata e aperta alla firma dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con risoluzione 44/25 del 20 novembre 1989; è entrata in vigore il 2 settembre 1990 in base a quanto previsto all’articolo 49. La convenzione è stata ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176, Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’11 giugno 1991, n. 135, S.O. (URL: https://www.minori.it/it/convenzione-onu-1989).

[2] J.Korczak, Il diritto del bambino al rispetto, Luni ed, 2004

[3] D. Arkel, Il Bambino Vitruviano (l’innovazione di Janusz Korczak), Castelvecchi, 2019, pag. 47.

[4] D. Arkel, ivi, pag. 45

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