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I castelli non esistono

Beatrice Vitali

Pedagogista


“I castelli non esistono” è un libro di immagini disegnato da Manuel Baglieri e curato da Beatrice Vitali, che descrive il gioco dei bambini al nido “Il cavallino a dondolo” e alla scuola dell’infanzia “Al cinema!” della Fondazione Gualandi a Bologna.

 

 

Il nido e la scuola sono stati realizzati, rispettivamente nel 2008 e nel 2013, con l’intento di creare luoghi inclusivi, cioè capaci di accogliere nel migliore dei modi ciascun bambino, ognuno con le proprie caratteristiche.

Il gioco è al centro del progetto pedagogico, perché pensiamo sia strumento per ogni apprendimento, motivazione alla scoperta e alle relazioni ed è l’attività principale di ogni bambino: affermazione sicuramente condivisa da molti, ma difficile da tradurre nella quotidianità, sia essa scolastica sia domestica.

Quanto tempo lasciamo ai bambini per giocare liberamente? Cosa intendiamo quando parliamo di gioco? Cosa fanno i bambini se indisturbati dagli adulti? Tutti possono giocare?

Queste le domande che ci hanno guidato e che ci guidano tutt’ora in quel costante processo di cambiamento all’interno del nido e della scuola dell’infanzia a favore dei bambini e del loro gioco.

 

La frase «Qui si gioca seriamente tutto il tempo!» scritta all’ingresso della scuola dell’infanzia è stata all’inizio un importante obiettivo da seguire nel cercare le modalità di lavoro più utili e adeguate per conoscere i bambini, i loro bisogni, le loro esigenze; ora è diventato un motto.

Al nido e alla scuola i bambini giocano!

Può sembrare un’affermazione scontata, ma abbiamo capito negli anni che non lo è.

Lasciare tempo ai bambini di giocare è una ‘capacità’ non semplice per gli adulti che li accompagnano nel loro processo di crescita.

Vuole dire farsi da parte, accettare gli imprevisti, mettersi in discussione, conoscere ogni singolo bambino, essere in ricerca, saper dare valore a quello che si osserva. Richiede in altre parole grande professionalità e, anno dopo anno, stiamo cercando di costruire ed affinare un solido e formato gruppo di lavoro. Occorre ripensare costantemente i contesti e differenziarli per permettere ai bambini di fare esperienze vere ed essere realmente partecipi della propria quotidianità: quale gioco migliore? Una dimensione costante di laboratorio in cui creare con le mani, fare progetti, rifarli, modificarli, sperimentare, condividere, fare insieme…

Il processo di inclusione è altamente dinamico e richiede luoghi, spazi, tempi, materiali, relazioni capaci di modificarsi nell’idea che le opportunità siano tante e variate ma che ognuno abbia la possibilità e il diritto di usufruirne secondo i propri tempi e i propri interessi, ognuno a suo modo. Per fare questo è stato necessario modificare l’organizzazione del nido e della scuola fino ad arrivare al superamento delle sezioni a favore di gruppi spontanei di gioco, favorendo la scelta e gli interessi dei bambini stessi.

 

Sorpresi quotidianamente da tutti i processi complessi messi in atto relazionali e sociali, di abilità nei ragionamenti, nelle intuizioni e nelle connessioni; affascinati dalla serietà e dalla leggerezza degli intenti e dei gesti; colpiti dai loro ritmi, da quelli rapidi e repentini e da quelli lunghissimi oltre ogni aspettativa; gratificati dalle risate e dal benessere dilagante capace di influenzare anche gli adulti, abbiamo deciso di condividere istanti di quotidianità, per diffondere l’urgenza di lasciare ai bambini tempi e spazi per giocare.

Per farlo non potevamo affidarci alle sole parole, troppo interpretabili, e abbiamo scelto di farci guidare dalle immagini, per condividere e restituire un immaginario sulla base di momenti reali.

 

Ci siamo affidati quindi all’illustrazione di Manuel Baglieri, che, dopo aver passato molto tempo tra il nido e la scuola vivendone la quotidianità, è riuscito a restituirci immagini capaci di fermare con freschezza e veridicità alcuni attimi, trasferendo sulla carta anche il senso evocativo, suggestivo, emozionale, narrativo di quell’istante.

Ogni tavola rappresenta una sorta di fermo immagine di una frazione di secondo, ma riesce a descrivere un atteggiamento, raccontare il tempo, trasmettere i gesti e le parole che compongono quell’azione.

Tutte insieme rivelano la nostra idea di gioco e di bambino.

La scelta del collage, eliminando i dettagli, cercando una sintesi curata ed essenziale, rende ogni illustrazione come non finita e questa caratteristica ha ancora più valore se rapportata alla nostra idea di scuola e di ambiente educativo, un luogo cioè che non può dirsi mai concluso, ma sempre in ricerca, capace di accogliere anche quello che ad una prima occhiata può non c’entrare.

Un luogo non statico, disponibile a modificarsi accettando e permettendo il movimento di bambini e di materiali, rispettoso del pensiero di gioco, quello vero non condizionato, che supera le barriere di tempo, spazio e stereotipi, andando oltre le aspettative/prospettive adulte.

 

Le illustrazioni quindi si sono rivelate un potentissimo strumento di comunicazione, documentazione e riflessione, offrendo, con grande immediatezza, la possibilità di osservare quel gioco dei bambini a cui

molto spesso non attribuiamo valore, ma che è rappresentativo dell’essenza dell’infanzia.

 

Un libro dunque senza parole destinato ai bambini, che in queste immagini si riconosceranno e destinato agli adulti, per sottolineare l’importanza di un certo sguardo verso l’infanzia e far nascere domande

Un’operazione ambiziosa in cui le parole sono appendice alle immagini, rivolte solo alle persone interessate.

In allegato al libro infatti, abbiamo creato un piccolo opuscolo con alcuni articoli che vogliono essere brevi e leggeri spunti di riflessione, contributi di diverse professionalità in cui, ognuno a suo modo, sottolinea un diverso aspetto del gioco che emerge dalle immagini.

 

 

La raccolta di articoli inizia con le parole di Francesco De Bartolomeis, il più illustre pedagogista italiano, che già nel 1968 sottolineava l’importanza del gioco e del lavoro dei bambini mostrandone la serietà e muovendo una critica al panludismo, ci sembra il miglior modo da cui partire per dichiarare con forza che i bambini hanno bisogno di fare cose vere, di misurarsi con problemi a dimensione reale ed essere presi seriamente.

Un messaggio al mondo adulto, che si occupa di educazione, che diventa cornice e premessa indispensabile per meglio entrare in profondità nella decodifica delle immagini dell’albo e suggerirne così l’intento.

Le immagini sono rappresentazioni di istanti, brevi o prolungati, ci fanno entrare all’interno di un contesto ben preciso, una scuola, e hanno la capacità, come sottolinea Franca Mazzoli, di trasmettere significati complessi, racchiusi tra il visibile e l’invisibile, al di là della cronaca dell’esperienza quotidiana.

In modo particolare lo sguardo è invitato a concentrarsi sui dettagli dei movimenti dei bambini, tema centrale nella riflessione poetica in cui ci guida Roberto Frabetti, che, in una sorta di sceneggiatura, riesce a far vivere al lettore gli innumerevoli gesti espressivi dei bambini capaci continuamente di modificare gli spazi rendendoli vivi, sottolineando la necessità dei bambini di avere spazi liberi a disposizione, da usare e ‘manomettere’ affinché il gioco possa prendere forma.

Sull’importanza del movimento parla anche Roger Prott che, in un’operazione di analisi dettagliatissima di singoli movimenti che il bambino piccolo compie, ci ricorda quanto la libertà di muoversi e sperimentare sia base necessaria per un buon processo di sviluppo. È il bambino che, anche e soprattutto piccolissimo, sente il bisogno di muoversi, di diventare abile nei movimenti, di fare e rifare senza stancarsi; è un suo bisogno e una sua curiosità innata che l’adulto non deve ‘disturbare’.

Il gioco dei bambini, che spesso viene superficialmente definito gioco libero o spontaneo, è al centro anche delle parole di Stefan Von Prondzinski come possibilità che deve essere offerta ad ogni bambino, anche a chi ha più difficoltà. Il gioco quindi diventa lo spazio e il tempo per creare un contesto inclusivo, in cui ognuno ha la possibilità di esprimersi per quel che è, essendo quella zona ‘franca’ in cui non può esistere fallimento, ma che è alimentata solo dalla voglia e dal desiderio di giocare.

Il gioco è un diritto dei bambini e Maurizio Millo ci ricorda in che termini la Costituzione tutela «il diritto di dedicarsi al gioco».

Approfondisce il legame tra gioco, arte e narrazione Marco Dallari che sottolinea l’importanza del pensiero

simbolico nella dimensione del far finta che… come competenza necessaria per pensare un altrove possibile, in tutti i periodi della vita.

Ai bambini dobbiamo offrire il massimo, ricorda citando Gianni Rodari, Silvana Sola, che riportandoci alla nascita di questo progetto, sottolinea come anche il visivo di qualità deve entrare a far parte del vivere di tutti e come l’illustrazione possa essere un potente strumento capace di raccontare in profondità.

Nel finale la testimonianza diretta di Manuel Baglieri, come illustratore all’interno di una scuola chiamato a compiere l’esperienza inusuale di vivere una lunga quotidianità con i bambini. Si ritorna così a momenti di vita, a quei bambini, a quei gesti, a quelle situazioni capaci, per chi li sa guardare, di trasmettere il valore e l’intensità di ogni attimo del loro gioco.

 

“I castelli non esistono” è un libro dai molteplici usi, da sfogliare più e più volte!

 

Può essere acquistato sul sito www.fondazionegualandi.it

Per informazioni: beatricevitali@fondazionegualandi.it

2 commenti su “I castelli non esistono”

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