Login
Registrati
[aps-social id="1"]

I bambini e la guerra – luglio 1991

Loris Malaguzzi

Pedagogista


Pubblicato in “bambini”, luglio 1991, Elemond, Milano – pp. 6-7

1.

I bambini sono alla finestra con gli adulti. Questo è un dato certo.

E il mondo, l’avventura umana, per tutto quello che è, scorre nella vita. Non ci sono membrane occultatrici, ed è inutile discernere se il medium è il messaggio o viceversa e se le tassonomie percettive dell’adulto sono distanti da quelle del bambino. ciò che accade, accade in ogni luogo.

La guerra occupa tutte le vie. La bestemmia più grande dell’uomo, l’avventura senza ritorno, sono per la prima volta trasmesse in diretta TV non stop.

I bambini guardano e ci guardano.

L’enorme efficacia del mezzo elettronico, in una guerra tutta elettronica, attraverso soprattutto l’infinita molteplicità delle sue tecniche e dei suoi linguaggi narrativi, è ciò che rimette i bambini, nel giro di pochi minuti, nella traiettoria della tragedia e della paura. Nessuna confusione con i video-games, i cartoni giapponesi o la stupidità dei “bim-bum-bam” che mamma TV dispensa quotidianamente. D’altronde la traiettoria era già stata captata dai bambini prima ancora che la guerra cominciasse: leggendo i visi, la concitazione dei gesti, l’angoscia della parola dei genitori. O ricordando altre scene di guerra vere, ma lontane, già apprese dalla TV e presto distinte da quelle false inventate dalla celluloide.

 

2.

Sappiamo che è già pesante la parola guerra che ha una evocazione e uno smercio purtroppo precocissimi e ricorrenti nei conversari infantili: possiamo solo immaginare quanto possa diventare pesantissima quella parola per i bambini quando essa assume un senso più compiuto e violento attraverso gli scenari che la TV distribuisce ogni giorno e i fenomeni relativi (pubblici e privati) che l’accompagnano.

 

3.

In tempi non sospetti, cioè prima del conflitto, nel corso di un’indagine fatta nella mia città tendente a vedere come i bambini di 4-5 anni si autoassegnassero desideri e diritti, emergevano discorsi di straordinaria saggezza. “Vivere e stare in pace è un diritto”. “Uccidere un sacco di gente non è un diritto”. “I bambini hanno il diritto di stare tranquilli”. Se lo ricordo è per ridire l’intelligenza e la maturità di pensiero dei bambini, quanto essi siano capaci di costruire immagini di valore e stringerle in poche parole (e di tutto ciò discutemmo a lungo con i genitori) e per concludere quanto l’esperienza dei bambini partecipi, compartecipi, agli eventi della vita e come sappiano selezionarli e trarne principi.

Non so come quei bambini e quei genitori abbiano vissuto e stiano vivendo questi giorni terribili. Non so cosa pensano quei bimbi del mondo adulto certamente individuato come autore o coautore di quelle visioni di fuoco e di morte.

Stiamo concordando come la scuola, che ha già avvertito gli effetti, possa intervenire anche su richiesta di molte famiglie.

 

4.

Se leggiamo i giornali sappiamo di sondaggi campione effettuati con bambini di 4-7 anni. Molti pianti, moltissimi turbamenti. Paure che pare si allentino se i bambini si rassicurano che le azioni di guerra avvengono in luoghi lontani. Molte domande difficili. Se anche i bambini possono morire, se i bambini iracheni sono buoni, se anche loro possono andare in paradiso, e allora perché li ammazzano; ma perché fanno la guerra, se la guerra può arrivare fin qui; perché non fanno la pace; a cosa servono quelle maschere che portano sulla faccia; perché tanti cortei di ragazzi; perché tanti gridano e pregano; ma dove stanno i capi.

Nessuno sa quanto e come e per quanto tempo si depositino le paure e le sofferenze infantili, come crescano i loro interrogativi.

Quanto siano superabili o ammortizzabili dalle autodifese che sono accreditabili alle risorse dei nostri bambini, quanto col nostro contegno, la nostra misura, la capacità di non evadere di coniugare le nostre con le loro domande e di frapporre, per quanto possibile, la mediazione fra i bambini e i mezzi di informazione; quanto, discutendo con le famiglie, laddove un buon rapporto garantisce gli spazi di una buona riflessione.

 

5.

Sul piano politico ed etico ciascuno di noi faccia la sua parte. I gesti di dialogo e di pace sono ancora e sempre possibili per risvegliare una diplomazia che non ha fatto e non fa quello che doveva e deve.

La cessazione del conflitto e la convocazione dell’ONU è ciò che può fermare olocausti spaventosi e ridare voce alla ragione umana.

La smilitarizzazione della coscienza e del senso comune nonché degli atti politici è l’impresa che già raccoglie milioni di uomini in tutte le parti del mondo.

Queste note sui bambini – chiamati a partecipare ad una guerra nella guerra – possono aggiungere altre consapevolezze a quelle che già abbiamo, che vanno tutte in direzione delle nostre responsabilità individuali e collettive.

Lascia un commento