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Gli Orientamenti non orientanti – settembre 1991

Loris Malaguzzi

Pedagogista


“bambini”, settembre 1991, Elemond, Milano, p. 7

Non so quando e se arriverà un anno in cui gli auguri rivolti a chi lavora nella scuola, saranno auguri puliti, lieti, per chi li fa e chi li riceve.

Che sia un anno buono senza furti di quella serenità che occorre per chi ha scelto il mestiere più difficile.

Non sarà così nemmeno per quest’anno.

E parlo della scuola dei bambini, lasciando fuori il resto.

I Nuovi Orientamenti entrano in vigore dal 1° settembre.

Orientamenti buoni, largamente condivisi, potenzialmente capaci di una corretta interpretazione di ribaltare forme e contenuti della scuola dell’infanzia statale e di produrre anche per le scuole non statali, buoni terreni di riferimento e ispirazione. Ma siamo ancora nel campo congetturale.

Anzi siamo più in là, nel campo dove le congetture giocano ai dadi e hanno già molte probabilità di andare crudelmente deluse.

L’articolo dell’amico Tinelli sull’intreccio tra Orientamenti e Ordinamenti dice con molta chiarezza quali sono i problemi e i grovigli, le risposte e le scelte che sfuggono alla competenza del Servizio per la scuola materna e che stanno altrove, nel governo, nel Ministero del Tesoro, nei partiti, nei sindacati.

Ciò che risulta è che gli Orientamenti non avranno alternativa se non quella di fermarsi sulla Gazzetta Ufficiale. Non orientati e normati dai Nuovi Ordinamenti essi resteranno di proprietà tipografica. Era un evento del tutto prevedibile tant’è che da parte di questa rivista e nel suo numero di dicembre 1990, appariva un inserto dal titolo “I Nuovi Ordinamenti che non avremo”.

Il fatto è che nessuno è in grado di predire quando verranno per dare gambe alla scuola infantile.

E questo e il primo punto.

Il secondo punto è che la scuola sarà aggredita da altri problemi tormentosi con vertenze interne che porranno in crisi molti aspetti della sua vita e del suo funzionamento.

Si pensi solo a quanto accadrà con l’ulteriore decurtazione dell’orario settimanale a 25 ore, la riconferma del numero dei bambini per sezione, la necessità di ricorrere all’impiego di altri insegnanti di cui è stato posto il veto del Tesoro, la impraticabilità della compresenza che è la prima garanzia di una qualità del lavoro, le cose che difettano per una capace accoglienza di bambini con handicap.

Un ennesimo travaglio – figlio di decisionismi improvvidi e imprevidenze antiche – ulteriormente aggravate da una situazione politica e finanziaria che non lascia speranze e che offuscherà non poco tutti gli sforzi fatti in questi anni per dare dignità alla scuola.

In un anno crocefisso nessuno sa ancora prevedere l’efficacia e la puntualità degli aggiornamenti giustamente programmati (e pare già finanziati) e specie per quando affronteranno quella formazione in servizio che resta la formula più decisiva e delicata e che dovrebbe sincronizzarsi per gli oltre 60.000 insegnanti.

Che tutto ciò avvenga in un’epoca di immensa cacofonia politica e culturale – che non è fatalità ma il punto inevitabile di arrivo di degradi e incasinamenti che durano da anni con una concertazione che non salva nessuna delle parti politiche e sindacali – aiuta a chiarire le menti, specie di coloro che hanno a che fare con la scuola.

Che tutto avvenga a strappo, a pezzi, a forniture rateali e selvagge, anche nella scuola dei bambini con una sovversione della ragione, dell’ordine, della continuità, della competenza e del rigore su cui negli ambiti scolastici si disserta con molte gratuità, è un punto fermo su cui riflettere ancora.

Con chi prendersela?

A ragione uno scienziato illustre l’altro giorno, scrivendo sui mali dell’Università e delle istituzioni formative, concludeva che, dopo tanti anni di esperienza, l’unica cosa che aveva imparato e che non si sa più nemmeno con chi prendersela.

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