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Game over?

 

 

A metà del percorso verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, il segretariato dell’Onu ci comunica che solo il 12% dei target previsti sembra al momento realizzabile. Il che vuol dire che, se non si inverte la rotta di marcia, nel 2030 ci saranno 575 milioni di persone in povertà estrema e 660 milioni senza elettricità.

Quest’anno, il numero dei rifugiati è arrivato a 114 milioni.

Dopo aver registrato il decennio più caldo della storia, l’ONU avverte che il “pianeta è sull’orlo del baratro”: l’anno scorso, le temperature hanno superato tutti i record, le ondate di caldo hanno colpito gli oceani e i ghiacciai hanno subito riduzioni drammatiche.

Come se non bastasse:

  • 12.300 bambini sono morti nella striscia di Gaza negli ultimi 4 mesi
  • 1.100 sono i minori dal 2014 morti nel mediterraneo
  • 1 milione di bambini con meno di 5 anni ogni anno muore per malnutrizione.
  • 1,2 miliardi di bambini vivono in aree ad alto rischio di subire una catastrofe climatica

L’ultimo Rapporto dell’OMS (qui cito espressamente la fonte perché il dato è talmente alto che appare difficilmente credibile) stima che 1 bambino/a su 2 nel mondo sia vittima di violenza.

I dati sono sempre vari, secondo le fonti di informazione che leggiamo.

Ma purtroppo sui bambini e le bambine non si discostano di molto tra loro.

Sono tutti dati che tratteggiano una situazione disperante, non tanto e non solo per il dato in sé, ma per quanto si dovrebbe fare e non si fa per uscire da una strada la cui fine sembra inevitabilmente segnata.

Guerre disseminate in tutto lo scacchiere mondiale, summit internazionali bloccati nel decidere quanto 0 virgola 0 si debba contrattare per non si sa bene cosa (o forse si sa troppo bene verso dove si vuole andare), delocalizzazioni produttive mirate al solo contenimento dei costi di produzione (chiamiamo ogni tanto le cose con il loro nome? sfruttamento del lavoro, anche minorile), l’eco sistema ritenuto a parole fondamentale e depredato quotidianamente (anche qui, chiamiamo ogni tanto le cose con il loro nome? profitto del capitale). E un rinchiudersi su se stessi, come se la difesa ad oltranza di un proprio confine fosse la panacea di tutti i mali, dimenticandoci che in un mondo così interrelato e globalizzato il proprio confine altro non è se non un misero orticello pronto a essere spazzato via dal primo battito delle ali di una farfalla a molte miglia di distanza[1].

E il tutto è reso ancor più drammatico dal fatto che ci impegniamo a fondo persino contro una dimensione “strutturale” della specie, ovvero la sua riproducibilità: non solo siamo di fonte a un sensibile calo demografico (almeno nei paesi occidentali), ma nell’intero pianeta trattiamo coloro che dovrebbero garantire la continuità in quella dimensione che i dati prima citati rendono molto eloquente.

E se poi guardiamo al nostro paese (mi riferisco solo alle politiche educative perché, se dovessimo parlare di povertà assoluta, povertà educativa, morti sul lavoro, violenza di genere e sui minori ne avremmo anche qui molto da dire) giriamo intorno ad un sistema integrato zero sei che non decolla (anche qui chiamiamo ogni tanto le cose con il loro nome? Se non interessa lo si dica altrimenti il Decreto Legislativo 65/2017 o si fa applicare a chi lo deve applicare o va riformato), a politiche di sostegno alla maternità che andrebbero se non altro spiegate (vogliamo sostenere la genitorialità e diamo contributi economici al secondo figlio/a: cosa buona e giusta, ma perché non sostenere ancor meglio chi figli ancora non ha?), ad una riforma della scuola che sembra rievocare antiche nostalgie (diciamola così; per intanto si veda su

Mi rendo ben conto di stare tratteggiando uno scenario che rischia di avere una solo risposta: game over. Chiudiamo e proprio perché chiudiamo forse non abbiamo nemmeno la possibilità di ripartire. Tuttavia, credo che ci siano momenti di transizione, di trasformazione anche virulenta che richiedono la capacità di dirci le cose come stanno, perché solo conoscendo il reale si può cercare di trasformarlo. È forse il momento di avere contezza, come diceva un noto pensatore dell’altro secolo (che perché diceva gli fu impedito di fare): “che il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere; in questo interregno appare una grande varietà di sintomi morbosi”. [2]

E dunque si tratta di darsi da fare, uscire dal torpore che mi pare invada il campo educativo, dal rintuzzarsi anche qui in un orticello sperando che la sua cura basti almeno ad alleviare qualcuna/o. Bisogna ritornare a pensare che il sistema educativo può giocare un ruolo fondamentale, per la lettura che può proporre, al rinnovamento del contesto sociale, culturale ed economico in cui siamo.

Nel numero 1 di quest’anno, Ferruccio Cremaschi, Direttore di questa rivista, si chiedeva se ci possa essere una strategia di uscita dalla situazione presente e poneva un pressante invito: “Qualcuno si muova”. Al di là delle proposte concrete avanzate, su cui si può anche non essere d’accordo, rimane il monito.

Che condivido: abbiamo bisogno di muoverci, abbiamo bisogno di far ripartire la nostra immaginazione per esplorare nuovi mondi possibili, per dire basta a quel che sta accadendo. Per affermare l’esigibilità di quei diritti delle bambine e dei bambini che anche con molta fatica si sono fatti strada nel tempo; e che adesso pretendono di essere in barba a tutti e a tutto attuati.

 

 

[1] Scusate la citazione: fu Edward Lorenz che nel 1972 in una conferenza si chiese se “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”

[2] Mi riferisco ad Antonio Gramsci

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