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E come “emozioni”, e come “educazione”

Erica Francesca Poli

Medico psichiatra, psicoterapeuta e counselor, nonché perito per il Tribunale di Milano come psichiatra forense e criminologa.


Intervista a Erica Francesca Poli a cura di Ferruccio Cremaschi

 

Il suo campo di interesse e di lavoro è da molti anni l’ambito delle emozioni. Che cosa c’è in comune tra Emozione e Educazione? Solo la E iniziale?

Non è un caso che ci sia un legame tra questi due ambiti diversi, anche se oggi sembra che l’educazione vada nella direzione più della performance che non del risultato. Educare invece ha a che fare con un progetto diverso, deriva dal latino educere, vuol dire fare emergere qualcosa dalla persona. Perché questo è un processo necessariamente di tipo relazionale e nella relazione il centro cruciale di tutto sono le emozioni. Questo lo si comprende dall’esperienza, ma ce l’ha dimostrato la ricerca delle neuroscienze sulla relazione che esiste tra le emozioni e il cervello. Perché il cervello non serve primariamente per pensare, ma serve per percepire, partendo da stati, da posizioni, che vengono dal corpo, dal self sense.

E poi c’è tutta la ricerca sull’attaccamento che ci dice che il cervello, il sistema nervoso si sviluppa. Quando noi veniamo al mondo non sappiamo ancora parlare, non sappiamo ancora camminare, il nostro sistema nervoso deve plasmarsi, molto più a partire dalle esperienze emotive relazionali che da tutto il resto. L’amore, la presenza della relazione con l’educatore e con il genitore, istruisce il nostro cervello, regola il nostro sistema. Quindi le emozioni sono centrali proprio a livello di neurofisiologia, di memoria, di apprendimento, di attenzione. Perché l’esperienza dell’apprendere, l’esperienza dell’insegnare, nascono prima di tutto dalla relazione. L’altro aspetto è dato dal fatto che noi ci ricordiamo molto meglio ciò che è collegato alle emozioni piuttosto che a ciò che abbiamo fatto. Questo vale anche per l’educazione, quando vogliamo trasmettere un insegnamento abbiamo più probabilità di successo se disponiamo di un elemento emotivo, piuttosto che semplicemente ripeterlo. Questo vale sempre per tutta la nostra vita.

 

Abbiamo fatto un accenno allo sviluppo e alla crescita. Le emozioni sono una cosa fissa, standard o c’è un’evoluzione che segue la crescita?

Quando noi veniamo al mondo, non è che l’emozione sia un dato di un fatto: nei primi due anni di vita noi non rispondiamo col ricordo: abbiamo visto ma non ricordiamo. Questo campo, che è l’area sede delle memorie e narrazioni, non è maturo, il che vuol dire che noi non abbiamo ricordi biografici. È appunto compito delle funzioni mentali posteriori, dare un significato, rappresentare in un’immagine, raccontare a parole, usare delle capacità di simbolizzazione. Queste noi alla nascita ancora non le abbiamo e devono maturare. Devono maturare attraverso una maturazione fisica, cioè il substrato neurologico deve maturare.

Allora impari proprio a partire dal fatto che il genitore fa le veci per te, fa una cosa in te. Tu capisci cosa dice? No, ma questa attività nella quale la voce della madre o del padre racconta, intona, canta la ninna nanna, e così via, costruisce l’esito. Tu cominci a comprendere che l’altro c’è per te. Noi siamo emotivi fin dall’inizio e lo siamo totalmente. La capacità di simbolizzare le emozioni, di raccontarle, di immaginarle, di condividere, quella la dobbiamo sviluppare e la sviluppiamo tanto meglio, tanto più intensamente, tanto più profondamente quanto più intensa era la capacità di motivare di chi ha curato, cresciuto, educato. Quindi il potenziale emotivo, che poi è potenziale umano, è il potenziale emotivo di chi affettivamente si è preso cura di noi.

Quindi c’è tantissimo da fare.

 

Abbiamo toccato due aspetti: il primo è quello che riguarda questi famigerati o famosissimi primi 1.000 giorni di vita.

I Giorni d’oro, come li chiama l’OMS sono le fondamenti dell’individuo. Lo hanno sempre saputo anche i popoli antichi che curano, come nessun altro, il preconcepimento, il concepimento, la gestazione a livello sacrale e a livello normale. Ma adesso, anche l’epigenetica ci dimostra che in quei 1.000 giorni d’oro la regolazione genica getta le basi di un orientamento addirittura su un individuo adulto e addirittura sulle generazioni successive. Si ritiene fino a tre o sette generazioni. I fattori epigenetici sono non solo l’aria, l’acqua, gli inquinanti che ci sono nell’ambiente.

I fattori epigenetici sono anche il contesto emotivo, il contesto relazionale, i fattori di stress. E quindi abbiamo veramente tanto da fare per realizzare dei veri giorni d’ora.

 

Passiamo al secondo aspetto: insegnanti e genitori. Quando il bambino arriva nei servizi, incontra l’educatrice, incontra l’insegnante. Si trova in mezzo, diciamo, a un possibile conflitto, a delle differenze, a dei rapporti che si complicano…

Le neuroscienze ce lo hanno ben chiarito: le emozioni sono dei programmi, sono dei programmi neuroassistenti. Ci sono delle classificazioni che le raggruppano in 6 o in 8 categorie: la paura, la rabbia, la sorpresa, la gioia, il disprezzo, il disgusto. Queste emozioni di base sono programmi adattivi che ci servono per sopravvivere. Ad esempio, la rabbia serve all’ un animale per togliere di mezzo un ostacolo (per un animale può essere, per esempio, la preda), per noi essere umani la rabbia serve per dire di no, per porre dei confini, per porre dei limiti all’interno di una relazione, per affermare noi stessi. Partendo da questo presupposto, va da sé che non esistono emozioni positive ed emozioni negative. Questo è il primo punto che, secondo me, andrebbe ben chiarito agli educatori, siano genitori o insegnanti. Le emozioni sono naturali, psicologiche, non sono né buone né cattive, accadono in risposta a degli stimoli, come dei programmi. Il famoso Joseph Ledoux, uno dei primi neuropati che si è occupato di questo organo emotivo, ha ben scritto che, per esempio, la via cosiddetta breve della paura non passa da un pensiero: impiega 12 millisecondi per far accadere una reazione a livello periferico, e invece il pensiero su quella reazione impiega 25 millisecondi per riflettere su quello che sta accadendo. Quindi vuol dire che un bambino, un ragazzino che sia dentro una situazione di conflitto e abbia una reazione di rabbia, in automatico è portato ad avere comportamento reattivo, perché questo è al di là della possibilità di controllo. Il controllo viene in forma retrospettiva, cioè, può fare una riflessione a posteriori. Quindi il primo punto è: le emozioni non sono buone e cattive, se accadono, accadono.

Il secondo punto è che non ci sono emozioni cattive, ma ci sono le emozioni. Queste vanno incontrate in un campo nel quale l’educazione, la società, il senso d’adulto, deve poterle mantenere, eventualmente anche correggerle, ma non entrare in reazione, non entrare in simmetria a sua volta. Dice il grande Winnicot: saper stare con l’emozione e accoglierla, non sentirla allo stesso modo, del ragazzo, del bambino. Quindi non replicare una forma simmetrica, ma piuttosto dare un contenimento. Questo presuppone che l’educatore sia abbastanza proprio agio con il suo essere e faccia dei training, eventualmente, faccia una formazione sull’intelligenza emotiva, in modo tale da offrire al piccolo, medio, grande, adolescente, un campo. Cioè, un campo nel quale possa essere contenuto da un educatore, per esempio il suo, alle sue emozioni e anche a quelle dell’altro. Questa è la grande sfida, che però dal mio punto di vista, è anche una cosa meravigliosa, perché poi entrare nel fondo dell’intelligenza emotivo-relazionale, vuol dire entrare nella bellezza dell’umano. Quindi l’educatore deve cominciare a lavorare su se stesso, se vuol lavorare bene con i bambini.

Noi non possiamo sempre risolvere una situazione, non possiamo risolvere sempre un problema, però possiamo guardarlo. Possiamo essere lì, io e te, e guardare questa cosa e io, essendo l’adulto, essendo l’educatore, sostenerti. Ma per far questo, devo avere un centro. E per avere un centro devo averlo trovato.

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