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Della insopportabilità della intolleranza e della sofferenza – febbraio 1993

Loris Malaguzzi

Pedagogista


Pubblicato in “bambini”, febbraio 1993, Elemond, Milano – pp. 4-5

 

1.

Ognuno credo che abbia le sue insopportabilità. Non so come esattamente si formino. Ma so che le ho, che sono cresciute nel tempo nei confronti di chiunque con animo commosso o lirico o sapiente proietta e diffonde l’immagine di un bambino annientato dalla sua fragilità, povertà, inabilità, imperfezione, perversione, peccaminosità, sofferenza. Un bambino, alla nascita è menomato, avverte alla fine di un libro di non poco interesse, Jaques Mehler – direttore delle ricerche del centro nazionale per la ricerca scientifica di Parigi – dopo aver dimostrato quante risorse e disponibilità siano a lui connaturate. Va’ un po’ a capire dove siano le logiche di questo scienziato.

E menomato, dice Mehler. Bamba, sciocco o rimbambito dice il dialetto milanese. In difetto di essere, un désètre, un paradiso perduto, aggiungono altri. Una tabula rasa, sussurrano altri di nascosto. Il lessico per questo bambino che non c’è tradisce un’infinità di cose. Soprattutto quando entra nei territori dell’educazione e si trasforma in scienza onnigiustificativa.

Con un bambino senza peso e gravità è molto più comodo e semplice fargli attorno un ambiente fisico e culturale senza peso e gravità. Il problema è accreditarlo. Dopo di che la passivizzazione urbi et orbi diventa la regola che regola e moralizza le cose.

Un bambino riconsegnato alla sua realtà di fatto, niente bamba, e invece ricco di potenzialità, abilità e energie vitali, di capacità che soffre se non le mostra e ha schifo di ogni riduzione del suo mestiere di crescere, richiama teorie pratiche e valori di ben altra lega.

Quando questo riconoscimento ci sarà, anche il concetto di educazione e il mondo degli adulti, rispetto ad oggi, saranno ben altro. Ricordo bene quanto grintosa si facesse la voce di Ciari e canzonatoria quella di Rodari quando toccavano l’argomento. Ma già Dewey l’aveva spiegato ai suoi tempi: “Non ci si può elevare ad un adeguato concetto di educazione se non sgomberiamo la mente dal pregiudizio che il bambino sia una mera privazione che attende di essere colmata. L’immaturità del bambino non è impotenza, ma possibilità e potere di crescere”.

 

2.

Il problema è chiedersi a chi e a che giova la rappresentazione dell’uno o dell’altro bambino. Chiunque tenterà la riflessione arriverà certamente più lontano di quanto pensa.

Ma oggi la questione piglia un’altra strada se l’impressione è che – nonostante i richiami dell’Unicef a Firenze, i diritti del. l’ONU, i dati del CENSIS sulla condizione e il conformismo infantile, le statistiche internazionali che danno al diciottesimo posto di merito gli scolari italiani, i drammi di Napoli e Palermo, gli eccidi e le violenze quotidiane – è possibile cogliere sintomatologie preoccupanti. Ciò che sta crescendo è l’insofferenza nei confronti dei bambini proprio da chi non dovrebbe per libera scelta professionale. Nell’Editoriale passato abbiamo ricordato le tecnologie di distanziamento e di tacitazione dei bambini messe alla prova in una chiesa di Roma. Adesso annoto il fiorire di articoli sulla stampa sui fatti di razzismo e intolleranza: una delle tattiche è quella di sottrarre la scuola da ogni colpa e complicità possibili nella complessa rete di degradazione. Credo che la tattica abbia abbondanza di giuste ragioni. Ma l’interrogativo resta non tanto su quello che la scuola dagli anni ’80 ha fatto, ma quello che non ha fatto e che avrebbe dovuto fare. Ciò che intristisce è che comunque per quello che non si è fatto si addebita la colpa ai ragazzi. Scrive un giornalista: “I discorsi sulla inefficienza e latitanza della scuola sarebbero sacrosanti se, seduti sui banchi, ci fossero dei ragazzi che chiedono o che comunque non alzano muri di protezione contro i dubbi e gli inviti alla riflessione”. Se la colpa è dei ragazzi, la colpa viene puntualmente caricata anche sulle famiglie e la parabola si chiude.

Se si riapre c’è dell’altro. Non più la maestrina che scrive, ingenua e accaldata, un saggio sugli effetti watsoniani dei premi e delle punizioni provati sulla pelle dei suoi bambini di tre anni e che ha l’onore di essere signorilmente ospitata su una pubblica rivista di pedagogia infantile. Ma addirittura adesso un editoriale natalizio su un’altra rivista in cui la penna di chi scrive suda sette camicie per trattenersi e non dire dei bambini tutto quello che vorrebbe:”… va ribadito che bene al di là delle favole correnti e spesso dominanti l’infanzia non sia un’età particolarmente versata nell’altruismo, nella tolleranza, insomma nella bontà”. Un sentimento di tolleranza oramai al minimo e che potrebbe promettere ampliamenti di accusa, accentuazione di giudizio, adozione di forti applicazioni capaci di riportare nei bambini quelle virtuosità che oggi non più possederebbero. Che l’ipotesi sia tutta inquietante è tranquillo. Attraverso quali processi il fatto sia nato non è dato sapersi. Le denunce al mondo degli adulti – se mai questo spiegasse un po’ il fatto – restino lì per quello che sono e non si buttino sulle spalle dei bambini. Anche perché, e l’episodio non è asintomatico, nello stesso numero della rivista c’è un articolo severo che richiama l’ossequio alla legalità dei comportamenti dei bambini a scuola. Altro argomento su cui, con gravità, meditare.

Su un’altra rivista ancora non ci sono che pagine di dolore per i bambini. Tutta l’evoluzione del bambino si determina nonostante la sofferenza, anzi, grazie la sofferenza. Questa è una delle chiavi.

La seconda chiave dice che ogni stadio di progressione è per il bambino la perdita, tutt’altro che indolore, di qualche vantaggio.

La terza conclude che crescita, disagio e sofferenza sono pane e companatico dei bambini. Ho chiuso la rivista, l’ho lucidamente repressa, ovviamente con la mia parte di sofferenza.

 

3.

L’ultimo riferimento sarebbe – leggo dal New York Times – che l’istituto di ricerca del Ministero della Sanità sta approntando un piano di vaccinazione dei bambini che sulla base delle informazioni contenute nella loro mappa genetica, mostrassero predisposizione alla violenza. Un provvedimento da brivido e bloccato in extremis, forse per opportunità elettorali.

Ma questo riferimento pare abbia poco a che fare con le cose raccontate in questo articolo.

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