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Contro una legittimazione dei nidi e delle scuole dell’infanzia – settembre 1979

“Zerosei”, settembre 1979, F.lli Fabbri, Milano, pp. 2-3

La nascita e le vicende della Scuola dell’Infanzia e dell’asilo nido – alla pari di altre istituzioni – sono inscritte in una logica storica politica e legislativa che procede per tappe, salti, successioni, inversioni improvvise, il più delle volte accompagnate da confronti, anche lunghi e duri, tra le rappresentanze sociali. Si pensi alle origini delle scuole materne, alle distanze delle sue progressioni legislative, alle battaglie per arrivare con la 444 al sanzio- namento dell’intervento pubblico e statale che data solo dal 1968, ai problemi gravissimi tuttora aperti; si pensi alle battaglie sostenute essenzialmente dalle donne nel decennio ’60- 70 perché la questione dei nidi entrasse in parlamento, ne uscisse legislativamente nel ’71 e alle estreme e disperanti difficoltà perché essa trovi la via della sua realizzazione sociale. Ma si pensi anche – e contemporaneamente – ai tempi e alla complessità dei processi legislativi, istituzionali, economici, di cultura e di costume in atto, anche loro affatto lineari e di regola così contraddittori da sfuggire spesso a ogni possibilità e capacità di previsione.

Vogliamo dire che la storia delle istituzioni si insinua sempre nella loro natura. E la na- tura delle istituzioni appare oggi – per il discorso che vogliamo privilegiare – coi segni della separatezza, del nato prima e del nato dopo, della accidentalità e della non coordinazione, della gerarchizzazione, fino ad investirne non solo gli aspetti funzionali ma anche quelli etici e culturali.

Le distanze (fisiche, culturali e sociali) della Scuola dell’Infanzia dal Nido, dell’una e dell’altro rispetto al bambino e alla famiglia, ai bisogni e ai diritti di quelli e di questa, delle loro diverse e oggettive disponibilità e capacità a uscire dalle ambiguità finalistiche (per i bambini, le famiglie, le donne, la produzione ecc.), dei criteri di formazione dei loro educatori, degli inquadramenti e dei riconoscimenti giuridici, professionali e salariali degli stessi, dei loro orari di funzionamento, dei loro costi, del loro inserimento negli assessorati assistenza e educazione, delle loro immagini nell’opinione pubblica, sono dati vistosi (pro- babilmente visti ma certamente non coscientizzati) su cui accentuare le riflessioni. Sono del resto i dati, le distanze che emergono anche nelle istituzioni scolastiche e educative che, nate prima, vengono dopo e qui puntualmente e significamente si replicano.

Si pensi alle distanze che intercorrono tra le istituzioni educative del bambino e le altre istituzioni che si muovono sul territorio o che potrebbero muoversi) con finalizzazioni com- plementari e integrative (i servizi sociosanitari, di prevenzione, di consulenza familiare, di finalità culturali e ricreative, ecc.) e che raffermano una concezione innaturale e smembrata della crescita e della formazione dell’individuo assieme a fenomeni concreti e tristissimi di settorializzazioni, corporativizzazioni, sovrapposizioni e di spreco economico e funzionale.

Una realtà desolante che sottende concezioni viziate e irresponsabili, rischi non teorici di deformazione e inquinamento scientifico, di attacco alla integrità e alla unitarietà della stessa persona e che si dispiega (con non poca forza disgregatrice e dispersiva) laddove proprio per la delicatezza dei suoi obiettivi, più organiche e consapevoli dovrebbero farsi l’organizzazione e la corresponsabilità dell’intervento pubblico e sociale.

Il pericolo più grosso che ci sovrasta è la legittimazione culturale e di costume di questa realtà con complicità dirette e indirette, visibili e non degli stessi istituti di elaborazione teorica e di ricerca, delle stesse forze economiche, politiche e sociali: legittimazione favorita oltre che dalle resistenze organizzate anche, in questi ultimi anni, da cattive e burocratiche interpretazioni delle difficolta economiche, da un calo di amore, di convinzione, di tensione e di lotta per gli investimenti collettivi e i servizi sociali, dalla stanchezza e dalla usura di chi nei servizi lavora, dalle croniche e perduranti incapacità della classe dirigente di dare ordine e programma alla scuola e ai processi di formazione.

Il discorso che riassume si fa chiaro.

In un momento in cui si discute di tutto (e non è un fatto che ci disarma, anzi) e, per quanto ci riguarda in particolare, del presente e del futuro dei nidi e delle scuole con prospettarsi di soluzioni già definite (si moltiplicano i convegni, i seminari di studio, le dichiarazioni e i dibattiti sulle riviste) la nostra proposta è di reidentificare le due istituzioni dei bambini – quindi di capirle, apprezzarle e finalizzarle a monte e a valle – combattendo la loro tradita o non vista contestualità-continuità naturale. Invitandole ad appropriarsi di tutti quegli spazi e ad integrarsi in tutte quelle provvidenze e discipline che possono, in un disegno preordinato, riassumersi in una figura complessiva che chiameremo (con altri) sistema istituzionale territoriale un ambito che avvia e condensa un processo polivalente e unitario di educazione e di sicurezza sociale per il bambino e la famiglia.

Come?

Non solo prospettando fortemente ogni innovazione o spostamento solo interni al vec- chio congegno istituzionale, ma spingendo gli asili nido e le scuole dell’infanzia a contribu- ire attivamente e in solidarietà (con le famiglie, i politici, gli amministratori, i ricercatori e i tecnici) a rinvenire e aggiornare la propria identità partecipando ai processi di rinnovamen- to qualitativo dell’organizzazione culturale del territorio – che è la chiave essenziale del loro stesso rinnovamento – chiarendo fino in fondo i mutamenti necessari della organizzazione interna, degli obiettivi, degli strumenti metodologici e didattici, della formazione degli operatori e, certamente in una dimensione e in una potenzialità nuove e originali, i concetti e la pratica della partecipazione e della gestione sociale.

 

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